luigi icardi
Salute
L’INTERVISTA L’assessore Icardi: «Anch’io ho avuto il Covid»

«Entro una settimana gli over 80 vaccinati. Pronti per Sputnik»

«Quando sarà autorizzato, potremmo ordinarlo». Sui furbetti: «Pochi casi, le indagini sono in corso»

Entro il 18 aprile bisognerà aver concluso il ciclo degli ultraottantenni. A oggi ne risultano vaccinati 370mila, poco più di 228mila con la prima dose e 141mila con la seconda. Con l’attuale media di 11mila al giorno ci vorrebbero quasi due settimane. Assessore Luigi Icardi, le sembra un traguardo credibile?

«Sì, compatibilmente con le disponibilità di dosi che ci vengono inviate da Roma. Entro la settimana del 15 aprile tutto il Piemonte con una coda al 21 aprile per l’area torinese (date calcolate dal Dirmei) si prevede che a tutti gli over 80 venga somministrata almeno una dose, dando loro già una copertura, soprattutto contro le forme più gravi. I soggetti non trasportabili, che devono essere vaccinati al loro domicilio, hanno una programmazione a parte, per la complessità di questa prestazione, legata anche al loro quadro clinico e alla logistica molto impegnativa».

Avete vaccinato 12mila ultraottantenni non trasportabili a domicilio. Non le sembrano pochi?

«Avremmo voluto farne molti di più, ma, come dicevo prima, vaccinare a domicilio necessita di una logistica molto articolata con tempi di intervento, di vestizione e svestizione degli operatori, di osservazione del paziente, spostamenti tra le abitazioni, che mediamente si attestano sui 30 minuti a vaccinazione».

Tra le storie che raccogliamo ogni giorno sono molte le segnalazioni di anziani in attesa a casa. A Torino ci risultano operative solo tre unità. Oltre a loro ci sono i disabili e gli ammalati prioritari, avete idea di quanti siano?

«Questi dati non sono esatti: solo a Torino sono operative 10 squadre vaccinali a domicilio e presto saranno implementate a 14. Tutti gli i soggetti non ancora vaccinati sono stati ripetutamente aggiornati sull’andamento della campagna ed entro la prossima settimana saranno contattati tutti telefonicamente per valutare se abbiano possibilità di accedere ad un hot spot. Gli intrasportabili saranno tutti prenotati entro la settimana successiva con una data certa. A quel punto contiamo in un mese di terminare anche questa complessa operazione».

Tra l’altro. Lei si è vaccinato?

«Io ho fatto la malattia, fortunatamente in modo pauci-sintomatico, che mi ha lasciato gli anticorpi».

Cosa pensa dei “furbetti” che hanno saltato la fila?

«Sono comportamenti gravi, che non possiamo accettare e su questo l’attenzione della Regione è alta. Il principio che deve sottendere alle priorità nel fare la vaccinazione è quello di dare la precedenza a coloro che hanno maggiori probabilità, in caso di infezione, di sviluppare forme severe di patologia, di finire in terapia intensiva e anche di avere prognosi nefasta. Parallelamente il sistema sanitario, coloro che si occupano delle cure dei malati e dei vaccini. È proprio di queste ore, infatti (precisamente questa notte) l’ultima chiara ordinanza dell’unità di crisi nazionale, che testualmente recita: in linea con il Piano nazionale del Ministero della Salute approvato con decreto 12 marzo 2021, la vaccinazione rispetta il seguente ordine di priorità: persone di età superiore agli 80 anni; persone con elevata fragilità e, ove previsto dalle specifiche indicazioni contenute alla Categoria 1, Tabella 1 e 2 delle citate Raccomandazioni ad interim, dei familiari conviventi, caregiver, genitori/tutori/affidatari; persone di età compresa tra i 70 e i 79 anni e, a seguire, di quelle di età compresa tra i 60 e i 69 anni. Parallelamente alle suddette categorie è completata la vaccinazione di tutto il personale sanitario e sociosanitario, in prima linea nella diagnosi, nel trattamento e nella cura del Covid-19 e di tutti coloro che operano in presenza presso strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche e private. A seguire, sono vaccinate le altre categorie considerate prioritarie dal Piano nazionale, parallelamente alle fasce anagrafiche secondo l’ordine indicato».

Ne avete scoperti e quanti?

«Ci sono alcune indagini in corso da parte della magistratura, la sanità non ha un mandato inquisitorio, in ogni caso la mia impressione è che in Piemonte il fenomeno non sia così diffuso come si potrebbe pensare. Vedo in giro molta gente per bene, la stragrande maggioranza. Infatti, la fondazione Gimbe ha effettuato una rilevazione che riconosce la Regione Piemonte come una delle due che hanno la maggiore aderenza alle indicazioni del piano vaccinale nazionale, rispetto alle categorie di persone da vaccinare».

Tra questi e chi ha tentato di fregare la Regione con la truffa delle mascherine, chi sono i peggiori?

«Chiunque si approfitti di una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo per averne vantaggi illeciti è certamente da condannare. Sono tuttavia graduatorie che non mi appassionano».

Cosa pensa, invece, dei No Vax?

«Ognuno è libero di agire come meglio crede, ma la sua libertà finisce dove inizia quella degli altri. Lavorare in ospedale, ad esempio, presuppone di non mettere a rischio la salute dei pazienti, che per la condizione in cui si trovano non sono liberi di scegliere. È un principio di convivenza civile che vale per tutti. Credo che la vaccinazione sia un requisito necessario per gli operatori della Sanità, per se stessi e per gli altri. In Piemonte gli operatori sanitari hanno dimostrato grande sensibilità e senso di responsabilità».

Quanti le risultano essere tra il personale sanitario?

«Già prima dell’ultimo decreto del Governo Draghi che prevede l’obbligo vaccinale per tutto il personale sanitario e conseguenti provvedimenti in caso di rifiuto, la percentuale di coloro che non avevano aderito alla vaccinazione era davvero bassissima».

Restando in tema. La prima indagine di mercato per acquistare vaccini sul mercato è andata a vuoto, per le ragioni che sappiamo. Ma, ad oggi, lei sarebbe ancora dell’idea di acquistare nuovi vaccini in autonomia?

«Certamente. L’idea iniziale di centralizzare gli appalti a livello europeo per avere maggiore potere contrattuale certamente non è sbagliata. Tuttavia è evidente che qualcosa non ha funzionato. In questi casi dovrebbe valere il principio di sussidiarietà: dove non arriva l’Europa, ci pensino gli Stati e a seguire le Regioni, oppure viceversa».

La battuta d’arresto su AstraZeneca ha creato molti indecisi e rifiuti. Fino al 35%. Che percentuali vi risultano?

«I rifiuti sono molto meno, mediamente in Piemonte attorno al 20%, ma è certo i cambiamenti radicali delle autorizzazioni di Ema e Aifa, che vedono oggi AZ somministrabile di norma solo agli over 60 mentre prima era solo per gli under 55, poi under 65 e ancora a tutti gli over 18, ha creato confusione e sfiducia».

Era davvero il caso di fermarlo?

«Esiste un sistema di farmacoviglilanza molto efficiente che si articola fino al livello europeo. Ci sono referenti e controlli già al livello di ogni Asl, sempre attivi, una rete informativa con Aifa e un portale dedicato alle segnalazioni e condivisioni di informazioni. Il sistema ha fatto scattare un allarme, e in modo estremamente prudenziale, in Italia, come molti Stati in tutta Europa. Sappiamo comunque che il rapporto rischi/benefici sia allineato a quello degli altri vaccini».

Aprirebbe anche a Sputnik?

«Certamente. E non solo a quel vaccino, ma a tutti quelli che le autorità regolatorie dei farmaci (Ema e Aifa) approvassero. Credo sia stato un grave errore non valutare da subito tutti i vaccini presenti sul mercato mondiale».

La terza ondata sembra mollare un po’ la presa sugli ospedali ma non a Torino. Non era forse il caso di aprire il Valentino?

«No, in quanto i sanitari del Dirmei non lo hanno ritenuto necessario e me lo hanno formalizzato, anche in ragione del fatto che la terza ondata sta calando. Il Valentino è progettato per la bassa intensità di cura e oggi il setting assistenziale richiesto è un altro. Gli stessi esperti sanitari consigliano di tenerlo come riserva e favorire la dimissione dei pazienti meno gravi attraverso percorsi protetti di continuità assistenziale a domicilio o nelle Rsa, come abbiamo già autorizzato in Giunta. Quando la pandemia regredirà, la struttura del Valentino tornerà utilissima come centro per le vaccinazioni di massa».

Se fosse andata peggio, visto che i posti in terapia intensiva comprati con una gara di Scr sono attivi a metà e ancora attendiamo i posti annunciati da Arcuri, come avremmo fatto?

«In realtà non è così, i posti creati dalla Regione sono tutti attivi. Già ad agosto quando abbiamo visto i ritardi del piano Arcuri e che non sarebbe stato applicabile nell’immediato, abbiamo stanziato come Regione 21 milioni di euro e attivato un piano regionale integrativo, che ha portato 160 posti di TI e molti altri in semi intensiva, tutti attivi, come prevede il piano pandemico, con un utilizzo delle strutture ospedaliere e sanitarie “a fisarmonica”, cioè in base alle necessità del momento, salvaguardando il più possibile l’attività di assistenza ordinaria, oltre che di emergenza. In tutte e tre le ondate, non siamo mai stati nelle condizioni di dover trasferire i piemontesi a curarsi fuori regione, avendo sempre conservato sufficiente spazi di assistenza. Questo anche se una buona parte dei ventilatori polmonari forniti da Arcuri ha avuto problemi di funzionamento non corretto, rotture ecc».

Gli ospedali lamentano carenza di infermieri. A che punto sono bandi e assunzioni?

«Non abbiamo mai posto limiti di spesa per le assunzioni del personale sanitario in genere e i bandi sono costantemente sempre aperti. Tutto il personale che si poteva acquisire lo abbiamo contrattualizzato. Oggi ci sono anche volontari (oltre 1000), pensionati ed altri, che in Piemonte aiutano per la vaccinazione e che ringrazio di cuore per il loro impegno. Lo dico senza alcun intento polemico, ma gli oltre 1100 operatori sanitari (medici, infermieri) che la gestione commissariale Arcuri avrebbe dovuto fornire al Piemonte non li abbiamo visti, ne sono arrivati a malapena un centinaio».

Per sgravare il carico agli ospedali si torna alle dimissioni controllate e le cure domiciliari. Molti cittadini lamentano difficoltà con il medico di famiglia e le Usca, sarete in grado di garantirle?

«Stiamo lavorando e investendo molte risorse sulla medicina territoriale, non solo in funzione dell’emergenza Covid-19, ma per organizzare un nuovo modello di Sanità che renda complementari l’ospedale e il territorio. Il medico di famiglia, le Usca, i distretti sanitarie e la nuova figura dell’in – fermiere di famiglia sono il perno di questa rivoluzione. Siamo agli inizi, ci vorrà un po’di tempo, ma siamo sulla strada giusta».

In giunta vi sarete fatti un’idea di quando il Piemonte potrà uscire dall’incubo di una pandemia che rischia di diventare sociale.

«Sul piano sanitario, confidiamo in un’estate relativamente tranquilla, anche se il vero banco di prova sarà l’autunno. Vaccini e cure domiciliari dovrebbero scongiurare una quarta ondata dell’intensità delle precedenti e una tale pressione sugli ospedali. Tuttavia, occorrerà abituarsi a convivere con il virus. Credo che sarà necessario vaccinarsi periodicamente contro il Covid-19, probabilmente, per qualche anno, anche quando non più obbligatoria, la mascherina resterà ancora per un po’ a far parte della nostra vita».

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