Ella Marciello (foto di Giorgio Violino)
Cultura
L’INTERVISTA DELLA SETTIMANA

Ella Marciello: «Torino ha perso idee. La rivoluzione artistica parte dalla gentilezza»

Pubblicitaria, creativa, docente all’Istituto Europeo di Design, artista sospesa tra astrattismo e informalismo «anche se ho un po’ abbandonato, dopo la nascita di mio figlio», una persona che rimpiange il «fermento creativo di qualche anno fa e che Torino sembra aver perso», ma soprattutto Ella Marciello è una «Unstoppable Women», secondo il magazine Startup Italia che l’ha indicata come una delle mille donne che stanno cambiando il nostro paese. Magari con una «ribellione gentile», come quella che teorizza nel suo libro, «Scrittura ribelle», un antimanuale di scrittura a volerla dire tutta, «che sovverte un po’ le regole che tutti ci siamo dati».

Come mai un manuale di scrittura, non si dice normalmente che forse si scrive, e si pubblica, troppo?
«Non credo si scriva troppo, forse si consuma troppo e troppo in fretta. Il problema è farsi leggere. Io credo che non si scriva mai abbastanza e non parlo solo di libri, vale per ogni tipo di scrittura, da quella pubblicitaria, alla narrativa, ai messaggi sui social»

Nel suo libro dice che «scrivere è la cosa più punk che esista».
«Mi sono ispirata al punk perché è stato un movimento molto dirompente, fragoroso, che ha sovvertito i codici e le regole, portando avanti la filosofia del “fattelo da te”»

È un libro per cercare i nuovi ribelli, oltre che creativi?
«I ribelli si portano sempre dietro la fama di persone difficili che creano problemi, ma la ribellione è una cosa diversa dallo spaccare tutto, è una delle cose più preziose che ci portiamo dentro, che spinge a cambiare le cose attorno a noi, a cambiare alcune narrazioni, a far accadere le cose»

Cambiare le narrazioni, anche in ambito pubblicitario? I messaggi di oggi sembrano diversi, lei dice che troppi messaggi vengono dimenticati. La pubblicità può ancora essere un veicolo per l’economia?
«Certamente, ma occorre uscire da certe logiche, come quella del clickbait o del “clicca subito” che non funzionano più. La pubblicità è cambiata, non ci sono più i grandi tormentoni. Il punto di vista di chi scrive, anche in pubblicità, deve essere più inclusivo possibile e deve esserci un’etica anche per chi vende merci»

Parliamo di comunicazione social, la rivoluzione della nostra era.
«Allo Ied insegno le tecniche di gestione della comunicazione sui social e non credo che ci sia una divisione tra buoni e cattivi, anche con i social. Sono mezzi e dipende dall’uso che se ne fa. Anche una Ferrari può essere un’arma, se lanciata a tutta velocità. Sulla rete circolano bullismo e violenze? Non è che prima non esistessero, ma ai ragazzi serve un riferimento educativo affettivo, che deve venire da scuola e famiglia. I ragazzi troppo soli rischiano di crearsi amicizie solo virtuali. Bisogna capire che dietro lo schermo può esserci altro»

La sua rivoluzione è la gentilezza, questo si legge nel suo libro, vero antidoto ai toni troppo aggressivi – a proposito di social – di questi tempi?
«È la più grande forma di ribellione. Dobbiamo pensare alla ribellione come a una forza gentile, proprio in un momento come questo che ci vuole gli uni contro gli altri, mentre capire gli altri, essere riconoscenti, può avvicinarci agli altri»

Una visione che può essere anche nella politica?
«Sì. Ma anche in ambito aziendale. Gli ambienti lavorativi sono ancora poco gentili, diciamo, soprattutto con le donne e le persone svantaggiate»

Nella comunicazione, nella scrittura, in ogni campo, ci vuole talento, si dice, ma lei spiega che «il genio non esiste». Come si arriva alla visione creativa, allora?
«Credere nel genio di pochi ci mette al riparo dal nostro fallimento, è qualcosa che ci piace, guardiamo sempre ha chi ha delle “visioni”. Ma il talento va coltivato, per arrivare a una bella pagina scritta devo buttarne duecentocinquanta. Invece si guarda più al gesto di un attimo che al lavoro quotidiano»

Ha detto che si è presa una pausa dal lavoro artistico, anche se in passato ha fatto parte di un collettivo.
«Sì, ma ci siamo poi un po’ persi, non ci siamo tenuti abbastanza vicini. Erano anni diversi, Torino era diversa»

In che modo?
«C’era un certo fermento, lo avvertivi chiaramente, io almeno lo avvertivo chiaramente. Ora non lo sento più. Ho visto spegnersi questa città. Una volta si usciva tanto, si andava ad ascoltare musica nei club, le varie band, si andava ai reading, si parlava molto di più… Poi hanno chiuso i Murazzi, sono spariti festival come Traffic, molte cose si sono “istituzionalizzate”. Mi ricordo quanto Paratissima era nei locali di San Salvario. Ora ci vado ancora, certo, mi piace, ma è una cosa diversa. E Torino si è chiusa in se stessa, ha perso un po’ di fuoco. Una città che non dà spazio a idee nuove non può pensare che cambino le cose»

In che modo? Forse con le nuove generazioni, i ragazzi che vengono spesso etichettati come «italiani di seconda generazione»? O con gli studenti che arrivano qui dall’estero?
«Il ricambio generazionale può far risorgere, anzi rigermogliare le idee che c’erano. E’ vero che Torino è ora più attrattiva, ci sono realtà come il Campus Einaudi, ma spesso è chi è nato qui che non ha mai visto com’era Torino qualche anno fa»

Colpa della politica o della società?
«La politica non aiuta la cultura, le idee. Facciamo molti saloni ma si perde un po’ la voracità della creatività. Ora usciamo, o pare che stiamo uscendo, da un periodo terribile, con la pandemia e tutto… Può essere l’occasione per cambiare, per tornare a occupare spazi urbani che al momento non ci sono, al di là di circoli artistici o letterari. Bisogna smettere di dire che con la cultura non si mangia solo perché è stato deciso che è così. Le cose possono cambiare».

Anche con un po’ di gentilezza, che non fa rima con debolezza.
(foto di Giorgio Violino)

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