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EDITORIALE DEL GIORNO

Ecco cos’era il costumé

Come speravo, è arrivata la risposta alla mia domanda di ieri su cosa era il “costumé”, la bevanda citata da Farassino nella sua canzone “Matilde Pellissero”. La condivido volentieri, perché è sempre meglio che parlare di Ucraina. L’imbeccata mi arriva da un amico granata, Andrea Montalenti. Si parte dallo storico caffè milanese Gin Rosa, in San Babila, che ai primi del ‘900 era del sig. Donini. Costui ebbe dal suo predecessore Canetta la formula, creata a fine ‘800, di un aperitivo a base di anice chiamato “costumé”, da bersi mescolato all’acqua ghiacciata. Costumé in francese vuol dire anche ‘travestito, mascherato, imitato’: cosa imitava il costumé? Quale altro liquore dal sapore di anice simulava? La risposta è: la “fata verde”, cioè l’assenzio. Il fortissimo liquore (65/75 gradi) che portò al deliquio molti artisti della Parigi “entre deux siècles”, da Verlaine a Modigliani. Essendo di moda fra i bohèmiens, fu introdotto anche a Milano dalla scapigliatura, e questo spiega la sua contraffazione col costumé, versione addomesticata (26 gradi, abbordabile dalle signore). Anche in Francia, dopo la proibizione dell’assenzio nel 1916, il suo principale produttore Ricard ne lanciò una versione più leggera (45 gradi) chiamandola “pastis” che in occitano significa “miscela”. Era il cugino provenzale del costumé. A Milano il costumé lo faceva la distilleria Canetta che passò la ricetta a Donini. Costui cambiò il nome in ‘mistura Donini’, ma ormai l’aperitivo era noto come costumé, e con quel nome fu prodotto da molte distillerie, anche in Piemonte, come il pastis. Ecco cosa beveva Matilde Pellissero con Berto al “club denominato menopausa”. Son gavame ‘na nata.

collino@cronacaqui.it

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