CLINICA MANGIAGALLI - PRONTO SOCCORSO - EMERGENZA CALDO PER ANZIANI
Cronaca
Un 63enne attese 7 ore al pronto soccorso

«E’ solo codice verde», ma il paziente muore: condannato infermiere

Il sanitario «avrebbe omesso di valutare in maniera corretta, anche successivamente, il livello di urgenza»

Sette ore di attesa al pronto soccorso, in preda a dolori lancinanti, prima di essere visitato. Non era servita ad accelerare i tempi nemmeno la supplica del figlio, rivolta all’infermiere dopo le prime quattro ore: «Per favore visitate mio padre, è stato operato di recente per problemi vascolari e sta malissimo». Il paziente, che aveva 63 anni, è morto in ospedale dopo un’attesa infernale, in preda a spasmi fortissimi. Ieri l’infermiere in servizio al triage dell’ospedale San Luigi di Orbassano quel giorno – era il gennaio del 2020 – è stato condannato a otto mesi di reclusione per omicidio colposo. L’inchiesta è stata coordinata dal pm Giovanni Caspani, che ha chiesto la condanna dell’imputato – difeso dagli avvocati Gino e Pietro Obert -sostenendo che il decesso dell’uomo si sarebbe potuto evitare, se al paziente non fosse stato assegnato il codice verde ma un giallo o un rosso, e se, dopo le prime ore di attesa, l’imputato avesse rivalutato il codice come da normativa.

Erano le 14.30 di una giornata d’inverno quando al San Luigi era arrivato il sessantenne, piegato in due dal male al ventre. «Ho un dolore molto forte all’inguine da due giorni», aveva detto all’infermiere, che gli aveva dato un “codice verde”, nonostante l’uomo avesse subito di recente un intervento di chirurgia vascolare.

Durante l’attesa il dolore non era cessato, anzi. Nemmeno alle 16.42, dopo due ore di sofferenza, l’infermiere aveva cambiato idea. Il codice era rimasto verde e nessuno aveva visitato l’uomo. Nella cartella, alla voce “rivalutazione”, era stato scritto: “paziente stazionario”. Il calvario si era protratto per altre tre ore. Alle 19.36 il 63enne, stremato, era ormai grave. Ma il codice d’urgenza non era variato. L’assenza di cure in questa fase, secondo la procura, è la causa della morte del paziente, che poche ore dopo era spirato per «shock emorragico da rottura di aneurisma dell’aorta addominale».

La visita era avvenuta soltanto alle 21.15, quando ormai le sue condizioni erano pressoché irreversibili. Il pm Caspani ha contestato all’imputato «negligenza e imperizia», perché «avrebbe omesso di valutare in maniera corretta, e di rivalutare nelle ore successive, il livello di urgenza». Etichettando la vittima inoltre come codice verde, il sanitario avrebbe «impedito la visita tempestiva dell’uomo da parte del medico di turno». Invece, sarebbe stato opportuno, aveva argomentato l’accusa, «fare al paziente una angio Tac e trasferirlo d’urgenza in un centro dotato di un reparto di chirurgia vascolare».

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