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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

E intanto le pere non ci sono più

I Grandi della terra si riuniscono per salvare il pianeta e, in sordina, tra cene di gala e salotti esclusivi disegnano anche i menù del futuro. Siglando accordi per l’importazione delle carni dagli Stati Uniti, stimando il valore dei raccolti di grano, mais e semola, disegnando insomma quali saranno i mercati emergenti del futuro. Il G20 e derivati, passando ovviamente per Bruxelles, di fatto giocano sulla nostra tasca. E in particolare su quanto ci arriva in tavola. Il risultato è una crisi mai vista della nostra agricoltura che di fatto stenta persino ad immaginarsi un futuro, seppellendo tra avversità climatiche e concorrenza spietata anche dai mercati emergenti (vedi il tracollo del nostro olio) oltre 40mila aziende soltanto in Piemonte, riducendo drasticamente il numero degli addetti e lottando con le penalizzazioni che gli arrivano dai trasporti e le tagliole dei grandi grossisti. Eppure per i consumatori il coloratissimo banco di un supermercato assomiglia ad una vetrina di balocchi: fragole tutto l’anno, persino gli asparagi a novembre, pomodori a gennaio, pesche, susine, mango e papaia come piovessero dalle campagne del cuneese. Mentre si tace sul fatto che la produzione delle nostre pere è diminuita del 70%, delle pesche il 50, con cali sensibili per i kiwi, le albicocche e le ciliege. Perdiamo a Pecetto, ma acquistiamo dal Cile e non solo per le tavole di Natale. Un gioco perverso dove siccità e grandine fanno il perverso gioco della natura, ma gli strateghi europei ci mettono il carico da 90. E noi paghiamo di più persino il pane, la pasta, il riso. E la filiera della carne che pure non fa certo fare affari ai produttori che lavorano spesso in perdita. Di qui le aziende che chiudono, mentre dedichiamo titoloni ai rari giovani che riscoprono la campagna. Sarebbe utile scavare in questo mondo che dalle città ci appare lontano e imperscrutabile. E che, alla fine, condanna tutti a perdere qualcosa.

beppe.fossati@cronacaqui.it

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