E adesso che succede?

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Con qualche ora di ritardo, alla fine, qualcuno ha urlato che il re era nudo: la maggioranza gialloverde non esisteva più, disintegrata sulla questione della Torino-Lione, ma di fatto a pezzi già da tempo. Perché a conti fatti era il governo di un solo uomo. Che ha incassato ciò che forse gli premeva di più (compreso il decreto sicurezza bis, anche se appesantito dalle critiche del presidente Mattarella) e poi ha dato la spallata decisiva ai 5 Stelle, i quali in questa esperienza sono riusciti a dilapidare un patrimonio del 30 per cento e francamente appare improbabile che, in un confronto in Parlamento, possano riuscire a ottenere l’approvazione al taglio dei parlamentari che richiede Di Maio. Il ritorno alle urne è ciò che tutti, o quasi, vogliono e per la prima volta si potrebbe votare in autunno: da più parti si dà per certa la data del 13 ottobre, perché dovrebbe essere il termine ultimo per poter approvare la manovra finanziaria 2020. Con lo scioglimento delle Camere, l’attuale esecutivo resterebbe in carica formalmente, ma senza premier, per il disbrigo dell’ordinaria amministrazione. A meno che il presidente Mattarella riesca a mettere in campo un esecutivo tecnico in grado di raccattare una qualche fiducia in Parlamento, in modo da scollinare e arrivare al voto a febbraio. La domanda è: con quali numeri? Per le elezioni a ottobre ci sono tempi tecnici da rispettare, dunque i giorni a disposizione di Mattarella sono pochi. Ed è un calcolo che qualcuno ha fatto molto bene.

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