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Cronaca
LA SENTENZA

È accusato di violenza sulla nipote di 12 anni: la prescrizione lo salva

La giovane vittima aveva tentato il suicidio

Era accusato di avere violentato la nipote di 12 anni tra il 2007 e il 2008, e per questo era stato condannato in primo grado a cinque anni di carcere. La sentenza era arrivata 12 anni dopo il fatto, perché la parte offesa si era ricordata di avere subìto la presunta violenza otto anni dopo l’accaduto, durante una grave fase depressiva, quando si trovava in una comunità psichiatrica e dopo avere tentato il suicidio.

Ieri la Corte d’Appello ha assolto l’imputato perché il reato è prescritto. E proprio ieri, inoltre, è emersa una circostanza che ha destato sorpresa: per un errore di calcolo della prescrizione, il processo di secondo grado sarebbe dovuto iniziare entro il 25 agosto 2020, visto che il reato si prescriveva in 12 anni e mezzo, considerando il termine di prescrizione più favorevole all’imputato. Quindi, il processo d’Appello che si è concluso ieri, si sarebbe svolto del tutto “fuori tempo massimo”.

Ieri i giudici (a cui non era spettato il compito di fare il calcolo e fissare l’udienza) non hanno potuto fare altro che prenderne atto e dichiarare tutto prescritto. L’avvocato difensore dell’imputato, Domenico Peila, dopo la sentenza di primo grado (12 dicembre 2018) aveva depositato l’atto d’Appello, il 25 febbraio 2019. Poi però, il fascicolo era rimasto fermo per due anni. La vicenda aveva suscitato interesse nell’ambiente giuridico perché la ragazza che avrebbe subito la presunta violenza (smentita dall’imputato) sarebbe stata soggetta, secondo i periti, alla cosiddetta “anestesia psichica”.

Si tratta di un meccanismo di rimozione messo in atto per difendersi da ricordi troppo dolorosi, insostenibili per sopravvivere. Questa sospensione temporale può cancellare dalla mente fatti terribili, come una violenza sessuale, per lunghi anni. Nel caso della ragazza che accusò lo zio dopo otto anni, il tribunale aveva stabilito che il tempo trascorso non aveva reso inattendibile la versione dei fatti della giovane.

Nelle motivazioni della sentenza, la Prima sezione penale aveva ritenuto attendibile il ricordo della ragazza, che durante una fase depressiva in comunità, si era ricordata di una gita di famiglia in montagna, e dello zio che l’avrebbe presa da parte. L’uomo, dopo “averle tappato la bocca con la mano”, avrebbe abusato di lei. Il ricordo, insieme ad altri problemi psichici, aveva provocato un tentativo di suicidio. «Ieri sera mi sono impiccata», aveva scritto, il giorno dopo il gesto anti conservativo, la fanciulla, dal proprio letto del pronto soccorso di Rivoli.

Due giorni prima, nella comunità, la giovane, in sogno, avrebbe rivissuto lo stupro, svegliandosi di soprassalto nelle lenzuola bagnate di urina. Dopo la realizzazione del ricordo, avrebbe provato a uccidersi. L’emersione del ricordo era avvenuta in ospedale. «L’atmosfera protetta dell’ambiente ospedaliero» avrebbe “favorito” l’emergere dei ricordi, scrissero le giudici, ma l’avvocato Peila ha sempre ribadito: «La ragazza soffriva di gravi e complessi disturbi psichiatrici e assumeva farmaci che possono rendere poco lucidi».

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