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Cronaca
TERRORE A CIT TURIN

Due rapine col coltello, poi la violenza sessuale vicino al Palagiustizia

Fermati due giovani marocchini

Torna l’incubo delle rapine con lo spray. E questa volta si aggrava, perché oltre all’arma urticante col peperoncino c’è un lungo coltello, usato dalla “gang” per mietere terrore. E soprattutto, il gruppo di predatori, oltre alle rapine (almeno due in un’ora) insegue e violenta una delle ragazze vittime delle aggressioni a raffica. La rincorrono, la bloccano, la palpeggiano. Come a Milano, a Capodanno, quando quasi un anno fa il “branco” si avventò contro le giovani che festeggiavano.

È stata una notte di paura e angoscia, quella andata di scena due sere fa, il 20 settembre, in un quartiere dove non ti aspetti la violenza: Cit Turin, tra i giardini che si trovano davanti al Palagiustizia e piazza Benefica. Le vittime per ora sono tre. I carabinieri, all’alba del 20 settembre, hanno fermato in via Beaumont, all’altezza del civico 43, due aggressori: erano al piano terra del palazzo. Hanno 18 e 22 anni. Uno ha precedenti e ad agosto era stato processato per furto. Il pm Giovanni Caspani ha chiesto al gip la convalida del fermo e il carcere come misura di custodia cautelare, contestando la «pericolosità delle personalità estremamente violente». Rapina e violenza sessuale aggravati, sono i reati per cui sono indagati i fermati, difesi dalle avvocate Francesca D’Urzo e Giulia Moiraghi.

Il primo capitolo della notte di terrore avviene esattamente davanti al tribunale, sul prato dei giardini del grattacielo. C’è un gruppo di ragazzi che festeggia una laurea.

I due marocchini (che al momento, atti alla mano, risultavano essere da soli, ma in questa fase d’indagine il condizionale è d’obbligo), si avvicinano a una delle ragazze invitate alla festa. Scatta subito il furto dell’Iphone 7 e di un paio di occhiali da sole. Poi si allontanano. La ragazza, con gli amici, cammina verso i due ladri sperando di riavere il telefono. Ma si blocca perché la gang è già passata al secondo atto. Sta inveendo contro un altro gruppo di giovani, questa volta però brandendo lo spray al peperoncino e un lungo coltello con un manico rosso. I primo derubati fuggono, terrorizzati. Scatta uno degli allarmi. «Uno dei due aveva l’alito vinoso», verrà poi specificato da una delle vittime alle forze dell’ordine. I due rapinatori non si fermano. Vanno in piazza Benefica e puntano una coppietta. Lui e lei, due giovani italiani ventenni, sono seduti a chiacchierare. Questa volta la violenza esplode subito. Il lungo coltello viene puntato al collo di lui. Poi, i due rapinatori strappano l’anello d’argento a lei e la catenina a lui. Continuano a brandire il coltello, sono minacciosi. Lei, 23 anni, intuisce qualcosa. Fa l’unica azione che ha senso fare: cerca di scappare, corre, ma la inseguono, poi avviene la violenza sessuale. I due marocchini la bloccano, la costringono a subire atti sessuali, la toccano in mezzo alle gambe, sulle natiche, sui fianchi. Lei è ancora sotto shock, spiegherà il pm nel chiedere il carcere come misura di custodia cautelare, per avere subito una rapina violenta, con un’arma puntata addosso. Ecco perché la violenza sessuale è aggravata. C’è un’ulteriore aggravante, oltre a quella di avere abusato delle condizioni di inferiorità fisica e psichica della persona offesa al momento del fatto: era notte e il luogo era isolato. Non sono servite le urla a fare smettere i due aggressori, che si sono rintanati in un alloggio in via Beaumont, dove hanno nascosto i vestiti e il bottino delle rapine. Ma era già partita la caccia all’uomo. Avevano le ore contate. Alle sei di mattina li hanno trovati nell’androne e portati alle Vallette. Durante la perquisizione i militari trovano il coltello con il manico rosso, descritto da tutte le vittime e, nascosti in una casa al piano terra, abiti e cellulari. Avevano nascosto tutto, i due aggressori, temendo di essere rintracciati. È partita subito dopo l’operazione di riconoscimento da parte delle ragazze che hanno subito le violenze: «Sono loro», avrebbero confermato agli investigatori. Un elemento di cui il pm tiene conto, chiedendo che i due restino in carcere, perché, secondo l’accusa, sono troppo pericolosi.

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