luigi oste processo
Cronaca
Il processo per il delitto di via Gottardo

«Due minuti e dieci per partire dal bar e uccidere Massimo»

Gli investigatori mostrano in aula i video del presunto killer. Il messaggio dell’amica alla vittima: «Ho paura per te»

Capelli bianchi, come la maglietta. Occhi segnati dalla stanchezza e da otto mesi di carcere. Un borbottio nervoso per commentare, o ribattere, le affermazioni dei poliziotti che lo hanno arrestato e (secondo loro) inchiodato. Luigi Oste, il presunto assassino di Massimo Melis, il dipendente della Croce verde freddato con un colpo di pistola la sera del 31 ottobre, è comparso nella maxi aula due ieri mattina, puntuale, alle 9 e 15. Scortato da due agenti della polizia penitenziaria si è seduto a sinistra nella grande gabbia riservata ai carcerati. Busto proteso, braccia appoggiate allo schienale davanti, Oste ha ascoltato per sei ore (quasi consecutive) la prima udienza del processo a suo carico. Omicidio premeditato aggravato dalla premeditazione e dai motivi futili e abietti, il più grave dei reati di cui deve rispondere, oltre allo stalking nei confronti di Patrizia, la donna che Massimo, con coraggio, proteggeva.

Oste ieri si è alzato tre volte, durante le lunghe audizioni dei primi due testi (gli agenti della squadra mobile) citati dalla pm Chiara Canepa, per avvicinarsi alle sbarre e chiedere di parlare con il suo avvocato Salvo Lo Greco. Oste ha sempre negato di essere l’assassino di Melis. Ieri, su uno schermo rivolto verso la Corte d’Assise presieduta dalla giudice Alessandra Salvadori, sono state proiettate le immagini riprese dalle telecamere di via Gottardo (la strada dove, sulla sua auto, venne trovato morto Melis) e di corso Vercelli (dove Oste gestiva il bar L’angelo azzurro) nei minuti precedenti e successivi al delitto. Frammenti di immagini che ritraggono la figura di un uomo incredibilmente somigliante a Oste, sulle quali l’accusa non nutre dubbi. «Oste ha percorso 200 metri dal suo bar alla macchina di Melis – ha detto ieri un agente – impiegando due minuti e dieci all’andata e 4 minuti e 23 in totale». «Non diciamo che è Oste – ha esclamato il legale Lo Greco – ma che è un uomo che l’accusa identifica con l’imputato».

La morte di Melis avvenne alle 20.30 circa. Il cadavere venne ritrovato alcune ore dopo. Marco Poggi, vice capo della Omicidi e primo testimone del processo, ieri ha spiegato che Oste si sarebbe disfatto dell’arma del delitto in piena notte, gettando la pistola dal ponte CarpaniniL’omicidio sarebbe stato non solo premeditato, ma previsto, o perlomeno temuto con una certa angoscia, dalle persone che conoscevano “Gino”. Una cara amica di Patrizia, pochi giorni prima della tragedia, a lei aveva scritto: «Sono preoccupata per Massimo. Qui finisce male». Un altro messaggio era per Melis: «Ciao, Patrizia è molto spaventata dalla situazione con Gino. Secondo me per un periodo è meglio che non ronziate sotto casa sua o di Gino, magari lui è geloso. Siamo tutti liberi di fare ciò che vogliamo ma ho paura per Patrizia. Quello che fai non è sbagliato, lo so che lo fai per proteggere Patrizia, ma ho paura per te. Che ti succeda qualcosa».

«Melis era un uomo benvoluto da tutti, che non aveva mai avuto problemi con nessuno», ha esordito Poggi, confermando come Massimo, oltre che coraggioso, fosse amato da tutti, dai colleghi agli amici del quartiere. Ieri hanno assistito al processo, costituiti come parti civili, la sorella, il cognato, la madre e i nipotini di Melis, con l’avvocato Paolo Romagnoli. Assente Patrizia, troppo scossa da un evento che le ha sconvolto la vita e creato danni che potranno emergere con chiarezza quando in aula verranno sentite come testi psicologhe e psichiatre.

L’avvocata Sveva Insabato si è opposta alla richiesta della difesa di risentire la donna come teste, dal momento in cui aveva già dichiarato in sede di incidente probatorio. Sottoporre di nuovo Patrizia a un’audizione sarebbe «una forma di vittimizzazione secondaria», ha precisata InsabatoLa Corte d’Assise le ha dato ragione, mentre si è riservata sulla richiesta della difesa di eseguire una perizia antropometrica e fisiognomica in grado di comparare la figura dell’imputato con la sagoma ripresa dalle telecamere. Come avvenne nel delitto di Alberto Musy, quando l’imputato, Francesco Furchì, venne esaminato nelle fattezze e nella camminata da un consulente del Politecnico. Oltre ai video delle telecamere l’accusa ha prodotto centinaia di intercettazioni, tra cui quelle di una nipote dell’imputato, che la sera del delitto, alle 20.36, al fidanzato scrisse: «Qualcosa non va. Ho paura a tornare a casa del nonno». Secondo l’accusa, qualcuno, quella sera, avrebbe visto Oste con un’arma. Dopo l’omicidio, avrebbe chiesto a un familiare di buttare via il suo cellulare, gettato nel canale Cavour. Poi, qualcuno, lo fece recuperare, rivelando la posizione agli investigatori e dando così la svolta all’inchiesta.

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