GENERAZIONALE

Due fratelli contro negli anni di piombo: così si è perduta la “meglio gioventù”

L’appassionante romanzo di Enrico Ruggeri

Prima era la speranza dopo una guerra mostruosa, poi il sogno del boom e di un futuro migliore, infine di nuovo una guerra, quella dichiarata da una parte sola, un conflitto che dilania il paese, spezza famiglie. E può capitare che, in questa assurda spirale di violenza che chiama violenza, due fratelli possano stare dalle due parti della barricata, divisi, frammentati, ostaggio delle loro idee.

Enrico Ruggeri, che non riesce a stare fermo neppure in lockdown, a tempo di record ha scritto questo romanzo che attinge alla sua stessa giovinezza, nella Milano di chi era nato tra la metà e la fine degli anni ‘50. “Un gioco da ragazzi” (La Nave di Teseo, 20 euro) è forse la storia della “meglio gioventù” mandata al massacro ideologico, ma è soprattutto la storia di Mario e Vincenzo Scarrone, delle loro esperienze, del loro disincanto, del prezzo da pagare a scelte di un certo tipo.

Si parte da lontano, in questa saga famigliare, dal professor Scarrone che incontra la sua Anna, al loro sogno d’amore, alla nascita dei due ragazzi, poi alla terzogenita Aurora. E di contorno il dolore della sorella di Anna che con le sue nostalgie forse avrà un peso nelle scelte di entrambi i ragazzi. Nelle nebbie e nella rabbia che cova in uno degli storici licei di Milano (lo stesso frequentato da Ruggeri), Mario sceglierà l’ultrasinistra, sceglierà le lotte in piazza. Vincenzo, forse perché affascinato dalla bella Eleonora, forse perché convinto che ci si debba sempre opporre al pensiero dominante, finirà nelle formazioni di destra.

Quando la contestazione diventerà terrorismo, uno speculare e assurdo destino accomunerà i due fratelli che da tempo hanno anche smesso di parlarsi: uno riparerà in Francia, cameriere a Nizza, deluso dagli amori e dalla lotta, dal sogno in frantumi, tradito dai pentiti; l’altro a Londra, con i suoi camerati, trasformandosi da latitanti a imprenditori di successo.

Ma il centro di tutto, per me, è Aurora: dolce e resiliente, portatrice di un amore incondizionato per la famiglia, per i fratelli. Lei non sceglie alcuna parte, la salva la musica: il punk che si affaccia sulle scene, poi il lavoro (e l’amore) in una casa discografica, la concentrazione delle energie in un sogno vero, mentre i due miti della sua infanzia, i fratelli che dovevano proteggerla, sono vittime e carnefici di se stessi, dalla parte sbagliata entrambi. C’è tanto Ruggeri in Aurora, c’è tanta rabbia in questo romanzo, non per la società che non cambia, ma per le vite e i sogni spezzati. E solo l’amore, alla fine, riunisce e riscatta.

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