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IL DIBATTITO

Dopo la Juve, altre seconde squadre: «Così aiutiamo anche la Nazionale»

Quattro club di A pronti a seguire l’esempio. E il Toro? Cairo pensa a investitori esteri

Le “seconde squadre” possono fare bene alla nazionale. Ne è convinto il presidente della Figc, Gabriele Gravina, che ne ha parlato nella tavola rotonda che si è tenuta ieri mattina all’Allianz Stadium. Una riflessione, la sua, che va a coinvolgere il movimento calcio proprio nei giorni in cui gli azzurri, campioni d’Europa con qualche fatica, devono guardare il mondiale in televisione (il ct Mancini va al cinema, invece, per il film sulla “sua” Samp dei miracoli e dei giovani).

Giovani in ombra
«Siamo la quarta forza a livello internazionale, ma siamo terzultimi per quanto riguarda l’utilizzo dei giovani formati in casa. – ha detto Gravina – Dobbiamo creare gli strumenti per favorire questa crescita. Abbiamo avviato dei confronti con la Lega Serie A, la famosa Lista 25, ma ha creato un dimezzamento dell’utilizzo dei giovani e questo richiede delle riflessioni». Ma il progetto seconde squadre, al momento, riguarda solo la Juventus, che magari in serie C con la Under 23, ora Next Gen, non vince molto, però porta i giocatori alla ribalta: «La Juve ha schierato nella seconda squadra 97 giocatori e il 28% ha già esordito in prima squadra». «L’Italia ha difficoltà nell’innovare, nel raccogliere un segnale in questa direzione e questo si riflette anche nel calcio. conferma il presidente di Lega Pro, Francesco Ghirelli.

I casi Miretti e Fagioli
«Non parliamo di innovazione, si tratta di copiare quello che gli altri fanno bene e farlo anche noi – ha detto Andrea Agnelli, padrone di casa -. Il passaggio in seconda squadra è utile per la Juventus, ma anche per la sostenibilità poiché si creano giocatori in casa. Poi si danno giocatori alle Nazionali. Parliamo di Miretti e Fagioli all’esordio, ma anche di 7-8 giocatori in pianta stabile in Under 20». Anche Kean, che ha già esperienza internazionale, viene dal vivaio, in fondo. Per vincere, l’anno scorso ci è andata vicina, la Juve dei giovani si dà quattro o cinque anni, ma che ci sia interesse è evidente da quanto accaduto proprio ieri: per la partita contro il Mantova, giocata allo Stadium (e finita 2-2), c’erano 35mila spettatori. Complice anche la sosta della A, però sono numeri importanti.

I modelli
All’estero, d’altra parte, c’è il Manchester City miliardario che pure ha costruito in casa un talento come Foden e preso un ventenne spaccamontagne come Haaland; l’Arsenal, che guida la Premier League, ha l’undici di partenza con l’età media più bassa, con diversi giocatori dell’Academy arrivati anche nella nazionale dei Tre Leoni, come Saka. Lo stesso Napoli capolista in Italia ha per prima cosa svecchiato la sua rosa.

Altri 3-4 club pronti
Insomma, i modelli ci sono. E adesso ci sarebbero altre tre-quattro società pronte a entrare nel progetto e quindi giocare in lega Pro, come ha confermato, sempre ieri mattina, Lorenzo Casini. L’obiettivo è arrivare alla riunione del 19 dicembre con le domande pronte, per la prossima stagione.

E il Toro?
Chi avrebbe tutto, dalla tradizione all’impianto adatto come il Filadelfia, per gettarsi è il Toro, tanto che non più tardi di quattro anni fa pareva che Urbano Cairo si fosse infine deciso, poi però non se n’è fatto più niente. Il patron del Toro, sul futuro della A, sembra più interessato agli investitori esteri, come si deduce da una sua dichiarazione a Milano Finanza: «Non credo che il passaporto del proprietario di un club sia un problema, ciò che conta è la volontà di investire sulla crescita della Serie A e del calcio italiano. Per esempio in Premier League i club di proprietà inglese sono in minoranza ma il campionato è cresciuto molto negli ultimi anni».

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