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Cronaca
La morte di Mara Cagol e dell’appuntato D’Alfonso

Dopo 47 anni riaperte le indagini sulle BR: sentito Patrizio Peci

Il mistero di un brigatista scomparso dopo la sparatoria. Analisi del Dna sugli oggetti ritrovati nel covo di Curcio

Impronte digitali e Dna. Una traccia, in particolare, rilevata, che potrebbe portare gli inquirenti a risalire a un nome. Forse a quello dell’uomo misterioso che sfuggì al conflitto a fuoco in cui morirono la brigatista Margherita Mara Cagol e l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. C’è una svolta nelle indagini sui fatti di cascina Spiotta (Alessandria), quando, 47 anni fa, i carabinieri fecero irruzione in un casolare sperduto per liberare l’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia, sequestrato il giorno prima. L’inchiesta era stata riaperta circa un anno fa, con il deposito dell’esposto – in procura a Torino – di Bruno D’Alfonso, anche lui carabiniere, figlio dell’appuntato morto nella sparatoria del 5 giugno 1975.

Oggi, la svolta potrebbe essere vicina grazie ai nuovi mezzi tecnologici di cui dispongono i Ris di Parma, che dal 4 ottobre hanno avviato accertamenti e compiuto operazioni su oggetti e documenti trovati nel covo delle Brigate rosse di via Maderno a Milano nel gennaio 1976. Tra i documenti, ci sarebbe anche una sorta di relazione di servizio, con frasi in codice e sigle indecifrabili che corrisponderebbero ai nomi dei membri dei brigatisti coinvolti nel rapimento di Gancia. E ci sono anche le pagine scritte dal fuggitivo, il brigatista fuggito durante il conflitto a fuoco, fatte avere ai compagni di Milano: una “relazione di servizio” per informare i vertici di comando delle Brigate rosse dell’esito dell’operazione, fallita.

Nel covo milanese, dove viveva Renato Curcio, è stata sequestrata anche una macchina da scrivere. Oggi – grazie ai nuovi mezzi tecnologici – potrebbero essere scoperte tracce e Dna anche lì.

I risultati dei Ris saranno analizzati dall’Antiterrorismo e dalla Dda di Torino (pm Ciro Santoriello e aggiunto Emilio Gatti). I rilievi si intensificano anche sulle tracce trovate nella cascina Spiotta: qui i rapitori tennero sequestrato l’imprenditore, qui passarono molte persone coinvolte. Qualcuno di loro potrebbe avere lasciato una “firma”. Ci sarebbe, appunto, un’impronta, con delle tracce biologiche, tra gli oggetti d’analisi dei Ris.

Per completare il quadro gli inquirenti hanno sentito, nei giorni scorsi a Milano, alcuni ex appartenenti alle Br, quattro o cinque persone, non indagate. Tra loro, c’è Patrizio Peci, che avrebbe detto di non sapere nulla del misterioso fuggitivo che era con Cagol. Negli ambienti giudiziari si dice che sarebbe stato sentito anche Massimo Maraschi, che era stato in passato arrestato e condannato come appartenente alle Brigate rosse. Anche lui non avrebbe detto nulla di rilevante per l’indagine.

Con la procura di Torino, lavorano i Ros, coordinati dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Sono loro ad avere raccolto l’esposto del novembre 2021, presentato su iniziativa di Bruno D’Alfonso, assistito dall’avvocato Sergio Favretto del foro di Alessandria. Sul contenuto dell’esposto c’è il massimo riserbo, data la delicatezza della vicenda. C’è una cerchia di nomi, di ex brigatisti che potrebbero diventare potenziali sospettati, nelle menti degli investigatori. Ma saranno soltanto le «evidenze scientifiche», e per prima la prova del Dna, se mai arriverà, a svelare un mistero che dura mezzo secolo.

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