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Il Borghese

Il dolore non va in prescrizione

Il dolore non va in prescrizione. Ma purtroppo i reati più odiosi molto spesso sì. Come una pietra tombale su truffe e furti che lasciano dietro di loro lacrime e sangue. E non in senso figurato. Perché nelle storie che vi raccontiamo c’è tanto dolore, tanta rabbia, vergogna e poi quel senso di annientamento che può portare alla depressione più cupa come è capitato a due anziane signore. O addirittura alla morte quando il cuore non riesce a reggere quella grama emozione che poi diventa un insopprimibile peso alla stomaco che è sintomo di infarto. Due croci si portano sulle spalle ignobili e falsi controllori della luce e del gas che hanno approfittato della cortesia e della buona fede di due pensionati.

Uno addirittura quasi novantenne. Per codesti malfattori che sono le zecche dell’umanità, se punizione ci sarà, varrà quanto un pannicello caldo in un caso di polmonite. Pochi mesi e via, quasi mai il carcere. Siamo il Paese in cui i piccoli reati proprio per l’aggettivo “piccolo” non subiscono la punizione che meriterebbero. Se poi di mezzo c’è una donna che usa la seduzione per indurre in tentazione qualche anziano solo, magari dopo averlo agganciato all’uscita di un cimitero, allora il bilancino della giustizia tentenna ancora di più. E un processo non per un singolo fatto, ma per quasi cinquanta, può durare quasi dieci anni senza che si arrivi al verdetto definitivo.

Con il rischio, credo sia chiaro per tutti, che si arrivi alla prescrizione prima che la Cassazione si pronunci. Presto libera lei (che pure è protagonista di tanti altri episodi analoghi di questi anni), mazziate le vittime, questa volta con il timbro nero dello Stato. Su di lei, la seduttrice, potremmo scrivere un romanzo, sui suoi approcci, sulle lacrime finte e sulle movenze ardite, su quelle parole mormorate e sui baci per entrare in casa della vittima, le ultime moine prima del furto, la spinta feroce per guadagnare la porta. Si chiama Rosa De Colombi, è sulla quarantina, viene da una famiglia di sinti piuttosto rinomata nel “settore” e vive di questo. Indisturbata, per lo più. Anche perché per questa gente una condanna, diciamo a due anni, è solo un piccolo infortunio sul lavoro. Ci chiediamo quanto si aspetti ancora a rimodulare le aggravanti che già valgono quando un reato è commesso ai danni di un minore, anche sulla terza età. Perché si annida lì, tra gli anziani e le persone sole, la vera emergenza della nostra società.

beppe.fossati@cronacaqui.it

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