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Buonanotte
EDITORIALE DEL GIORNO

Doe rame

C’è ancora oggi un profumo vago nell’aria che mi delizia e mi riporta indietro nel tempo: quello di legna bruciata. Specie di sera, quando in collina qualche villa accende il camino. Viva i camini, anche se hanno ormai perso il ruolo di luoghi di cottura. Fino all’ultimo dopoguerra in molte cucine di città c’era, oltre al camino, un piano piastrellato con uno o più solchi coperti da griglie per posarci pentole e tegami. Si prendeva con la paletta la brace dal camino e sollevando la griglia la si versava in quei solchi. A quel calore si cucinava. Facevano così anche nei castelli, ho visto le cucine di Palazzo Reale. Ricordo nonna Nora che all’arrivo di un ospite inatteso a metà pomeriggio proponeva un caffè. “Ma no, ch’as disturba nen, l’feu a l’è destiss” si schermiva l’ospite. E lei: “E bin? Doe rame, e a l’é béle fait”. Due rametti ed è fatto. Sotto i fornelli, nel posto della legna, accanto ai ceppi c’era sempre la ramaglia fine, che serviva ad avviare il fuoco grande e anche a fare una fiammata svelta per un caffè. Due rame, senza carta (che era preziosa). Oggi la maggior parte dei giovani non sa neanche accendere un fuoco domestico senza ricorrere a diavoline, alcol e altri trucchi. Stanotte la befana girava a cavalcioni di quella sua scopa oggi spodestata dalle scope di fibre artificiali e dal Folletto. Ve le ricordate la scopa gialla di saggina? “Ramassa neuva a ramassa bin” si diceva delle giovani spose. Poi la scopa si consumava nel tempo fino al grumo duro legato al manico, ma neanche allora si buttava. Serviva a trascinare il cencio bagnato per terra. E quando l’avanzo era proprio sbregato lo si slegava e si liberavano i fili di saggina per avviare il fuoco. Doe rame…

collino@cronacaqui.it

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