Dimenticare è impossibile

La voce di una madre al 118: «Ascolti, mio figlio ha vomitato sangue e non respira. Abito a Cogne. Fate presto, la prego». Era la mattina del 30 gennaio e in quella villetta immersa nel candore quasi luminescente della neve, un bimbo giaceva tra le lenzuola, ormai cadavere. Cominciò così uno dei gialli più intricati e dolorosi che abbiamo raccontato su queste pagine. Una di quelle storie che hanno diviso l’Italia in due. Tra innocentisti e colpevolisti. Con al centro lei, Annamaria Franzoni che allora scelse il salotto di Bruno Vespa per affermare tra le lacrime la propria innocenza e che oggi, scontata la pena, chiede solo di essere lasciata in pace. Il mantra è lo stesso di sempre: «Sono innocente». In realtà vuole l’oblio, forse per chiudere definitivamente la porta a quei sospetti e a quegli indizi che hanno convinto i giudici della sua colpevolezza. Una donna forte, Annamaria, con una famiglia solida alle spalle e un marito così sicuro di lei da decidere di mettere al mondo un altro figlio insieme. Insomma, una di quelle storie dove il confine tra la cronaca e la morbosità della gente diventa sempre più sottile. Quanti sospetti, quante illazioni su killer inesistenti, quante battaglie legali, quante perizie e, probabilmente, quante bugie, in questo dramma che è costato la vita al piccolo Samuele. E che, ancora oggi, è avvolto nel mistero. Per la giustizia, però è stata lei: Annamaria Franzoni è una madre assassina. E adesso che è tornata libera l’Italia torna a spaccarsi in due. Anche sulla durata della pena. Perché condannata a 16 anni, ne ha scontati solo 11. Tre li ha tolti l’indulto, altri due la liberazione anticipata. Troppo poco? Secondo i colpevolisti, sicuramente sì.

fossati@cronacaqui.it

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