Carcere
Cronaca
IL CASO

Detenuto si impicca nella sua cella: aveva rubato delle cuffie bluetooth

Arrestato solo da due giorni, era in attesa della decisione del giudice sulla sua scarcerazione

Si è tolto la vita in cella, dove era rinchiuso per aver rubato un paio di cuffie bluetooth. Gli agenti di polizia penitenziaria hanno tentato di salvargli la vita, come gli era riuscito pochi giorni fa con un giovane detenuto che aveva tentato di impiccarsi al Ferrante Aporti, ma questa volta non c’è stato nulla da fare. Il detenuto, un giovane africano, è morto ieri mattina nella sezione “nuovi giunti” del Lorusso e Cotugno, dove si trovava da due giorni. Poche ore prima si era tenuta l’udienza di convalida e a ore si attendeva la decisione del giudice sulla sua scarcerazione ma lui non ha resistito e si è impiccato nella sua cella.

L’ennesimo suicidio in carcere, il 72° in Italia dall’inizio dell’anno, riapre la polemica sulle condizioni dei nostri istituti di detenzione e, in particolare, su quello di Torino, dove questa estate già altri due detenuti si erano tolti la vita. «È una tragedia umana e sociale – è il commento del sindaco Stefano Lo Russo -. Ogni vita persa durante la custodia dello Stato ci impone una riflessione seria e approfondita sul sistema penitenziario. Servono strutture migliori, organizzazione degli spazi idonei per una giusta detenzione».

Sulla situazione di Torino in particolare si concentra la deputata torinese di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli: «La situazione carceri di Torino versa in una condizione oramai insostenibile. Secondo i sindacati di polizia penitenziaria da gennaio ad oggi si contano 56 aggressioni agli agenti da parte dei detenuti e oggi ecco la tragica notizia del suicidio. Da tempo denunciamo la situazione del carcere di Torino, quello che dati alla mano sul rapporto agenti/detenuti, ma anche per la varietà di settori, registra la situazione più critica in Italia – continua – Sottoporremo al ministro alla Giustizia Carlo Nordio la questione per dare risposte a chi in carcere vive e lavora, partendo dagli agenti».

La notizia del suicidio «rappresenta un fatto grave e evidenzia ancora una volta l’urgenza di un confronto col governo per interventi urgenti e improrogabili – afferma l’assessore comunale ai Rapporti col sistema carcerario della Città di Torino Gianna Pentenero -. Consideriamo la detenzione una parentesi dalla quale affacciarsi a un nuovo percorso di vita. Sapere che lì può finire una vita, lascia sgomenti».

Ovviamente, non può mancare il parere dei sindacati che da tempo denunciano la difficile situazione del carcere torinese: «La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi – sostiene Donato Capece, segretario generale del Sappe – sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere. Il personale di polizia penitenziaria è stremato dai logoranti ritmi di lavoro a causa delle violente e continue aggressioni. Ed è grave che, pur essendo a conoscenza delle problematiche connesse alla folta presenza di detenuti psichiatrici, le Autorità competenti non siano ancora state in grado di trovare una soluzione».

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