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L’INTERVENTO. Il pittore Ugo Nespolo racconta Torino

Il decennio ‘59-‘69 con le avanguardie alla Galleria d’Arte

«Per ritrovare la speranza servono visioni». Come allora, la città ha bisogno di energie

Che fatica non voler ammettere se stiano vivendo anni, giorni sulla variegata crosta di questo nostro pianeta che – come scriveva Vladimir Majakovskij – pare davvero “poco attrezzato per l’allegria!”. I travolgenti problemi sanitari di questi giorni lo dimostrano. Niente paura però, zero rimpianti, nessun pessimismo cosmico leopardiano, niente lagne vecchia maniera. Preoccupa piuttosto la consapevolezza di quanto poco potranno valere salvezze individuali avvolte, ad esempio, in facili psicologismi positivistici alla Martin Seligmano, per contro, abbattersi in cinismi di scontato e decadente gusto letterario. Sono entrambi atteggiamenti giustificati ma scomposti e poco utili alla ricerca del desiderato ottimismo della ragione, quella lungimiranza critica che può ancora accendere in noi qualche energia progettuale fuori e lontano dal fatalismo o dall’annoiato tutto va bene, sentimento opaco che ha intristito persino la cultura del fare arte. Per essere positivi allora converrà di certo affidarsi a visioni nuove tentando di progettare percorsi creativi lontani dalla noia dei soliti obblighi ma molto utile forse sarà riportare alla memoria momenti di grande passione e fervore corale e tentare di carpire energia e ragioni di quei clamorosi successi.

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