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LA CITTÀ DI UNA VOLTA

Da Porta Dorotea a carcere: la storia delle Porte Palatine

Venne anche utilizzata per imprigionare donne di malaffare

Vi immaginate la Porta Palatina trasformata in un carcere? Probabilmente no. Ma, fino all’Ottocento -come dimostrano rare immagini d’epoca – il più noto monumento della Torino romana era adibito a ben altro scopo: nella oculatezza dell’epoca, anche gli edifici più storici dovevano essere sfruttati in modo utile; nella fattispecie, l’utilità era quella di destinarli a carcere femminile. Triste destino per un monumento antico e glorioso: la Porta Palatina di Torino, unica porta civica della città ancora superstite.

A dirla tutta, la storia della Porta Palatina è singolare: ha anche mutato il suo nome, perché anticamente i romani la chiamavano Porta Doranea. Il nome attuale è una variante successiva, da quando, cioè, in prossimità dell’accesso settentrionale della città i longobardi eressero il palazzo del duca – il palatium, nel latino dell’epoca – quello stesso palazzo che, succeduto dalla dimora del vescovo e poi dalla reggia sabauda, dà il nome alla ben nota Porta Palazzo. 

Nel corso dei secoli, una volta crollato l’impero romano, questo edificio sobrio fu utilizzato lungamente come porta civica; quindi, fu destinato a quartiere per i soldati, quindi come prigione per i criminali comuni, quindi destinata alle donne di malaffare. Al carcere femminile delle Palatine furono cappellani, saltuariamente, san Giuseppe Cafasso e soprattutto don Pietro Merla, l’apostolo delle carcerate.

Nel corso del tempo, fu anche profondamente trasformata: nel 1404 fu sostanzialmente ricostruita (a quella data risale la torre sinistra, mentre la torre destra è di epoca romana) e munita di merlature. Poi, con la trasformazione di Torino in una moderna capitale, il re Vittorio Amedeo II decise di smantellare quella che era ormai la più degradata delle porte civiche. Sarebbe cambiata anche la geografia urbana, poiché il sovrano voleva edificare la nuova porta civica al fondo dell’attuale via Milano.

Il re affidò la nuova porta civica allo Juvarra. Il complesso della Porta Palatina, rimasto ormai inutilizzato, fu destinato ad altro scopo diventando un carcere nel 1724. Immaginate voi come doveva essere la vita dentro questo luogo di reclusione: le celle erano strette e malsane; mancava l’aria, e certamente non erano risaldate. Vi fu eretto un edificio a ridosso per ampliare la prigione, ma alla fine la costruzione de Le Nuove nel 1860 mise fine a questa destinazione ben poco dignitosa.

Fu merito di un architetto portoghese di fama internazionale, il poliedrico Alfredo D’Andrade, se le Porte Palatine di Torino poterono tornare al loro antico splendore. D’Andrade era affascinato dai castelli piemontesi e prese la decisione di intervenire drasticamente su questo antico vestigio dell’età romana, eliminando le “aggiunte” realizzate nel corso del tempo, come le merlature. Un ultimo intervento di restauro fu realizzato nell’epoca fascista: in quell’occasione, per sottolineare il legame di Torino con l’antica Roma, della quale il fascismo si proclamava erede, furono aggiunte le statue di Augusto e di Cesare.

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