l'invenzione degli italiani
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IL CLASSICO

«Cuore ha fatto gli italiani». Ma con scorciatoie-slogan l’infamato è sempre Franti

La rilettura di De Amicis secondo Marcello Fois

Dice Marcello Fois che «oggi comandano i Franti», diventati ministri a ridersela «mangiando pane e cioccolata». Col cavolo! In questo Paese diventano ministri (e non solo) i mediocri leccaculo come Enrico Bottini, quelli con la medaglia dei migliori come Derossi, quelli che prendono un bambino, gli fanno svolgere il compito di un soldato e poi, quando muore, gli tributano lacrime di coccodrillo e onori militari. E dire che Franti è come Salvini o Borghezio o Renzi o chiunque altro significa offendere profondamente Franti.

È questa sia la narrazione scelta per presentare “L’invenzione degli italiani” (Einaudi, 12 euro), narrazione cui si adeguano la casa editrice e anche il Premio Strega ed ex direttore del Salone cuore einaudiano Ernesto Ferrero. Sono passati quasi centoquaranta anni ma ancora non siamo capaci di stare della parte di Franti. Onestamente, Fois fa torto soprattutto a se stesso nello scegliere questa scorciatoia, questa paraculata ammiccante (come il sottotitolo del libro “Dove ci porta Cuore”), per parlare di un libro che è prima di tutto una buona analisi di Cuore, del suo autore De Amicis, dell’impatto sulla letteratura e sul costume. «Tutti lo hanno preso in giro – ha detto Fois l’altro pomeriggio a Giuseppe Civati al Circolo dei lettori – e questo secondo me è il segno del grande successo» di un’opera che è diventata corale. Un’opera utopistica, addirittura, che si proponeva di «fare gli italiani». «Se siamo italiani brava gente lo dobbiamo a Cuore» dice Fois. E anche se abbiamo le trasmissioni del pomeriggio, Carramba che sorpresa e via dicendo.

Prendiamola dall’inizio: De Amicis, ex militare, ha un’idea furbissima per un romanzo lacrimevole che venderà milioni di copie e così lancia questa sua scuola «laica, paritaria» che cerca di formare gli italiani ancora adolescenti (come tutto il Paese), di alfabetizzare e nello stesso tempo educare a valori etici e morali. Non a caso per Fois il migliore esempio di Perboni (il maestro «dispensatore di bontà», «eroico» per Ferrero, ma anche freudianamente attaccato alla mamma morta) della modernità è il maestro Manzi. Il problema sta nella retorica del narrato? «Accusare De Amicis di essere retorico è come definire omerico Omero. L’ha inventata lui!» dice Fois. O il problema di quella «melassa» (sempre sia lode a Umberto Eco) è il buonismo? «Io sono buonista, Cuore è buonista, si propone di inventare gente migliore». Sì, gli «italiani brava gente» che pure fanno stragi coloniali, appoggiano il ventennio fascista con le leggi razziali, poi si spostano sul Cavaliere, sul razzismo e sul qualunquismo e infine arrivano ai «vaffa», come si ricostruisce nel volumetto. Una identità nazionale è qualcosa di dannatamente complicato. Cuore è «un vademecum per comprendere il presente, per capire dove affondano le sue radici», un’utopia fallita perché l’amor di patria risorgimentale di un Perboni è diventato facile preda del «credere, obbedire, combattere».

Preso da una sorta di sindrome di Stoccolma per la lettura obbligatoria di terza elementare – capita a tutti, anche a chi in Cuore «si riconosce per opposizione» e dunque lo detesta – Fois inserisce Cuore nel solco del Manzoni e dell’importanza dell’istruzione come unico antidoto ai tempi che viviamo, tira in ballo l’influenza su un Papa, però al tempo stesso ne traccia tutti i limiti, a cominciare dallo stesso De Amicis. E si contraddice: perché bisogna iscrivere Franti a simbolo di «un’epoca in cui la cattiveria dilaga e genera disastri», tra social e politica, salvare il cattivo di Truffault ma non lui, quando nello stesso tempo lo si definisce «il bambino frantumato, cattivo per necessità»? Nel romanzo, l’unico che dice «io odio» è proprio Bottini.. Franti non è Salvini, è Guy Fawkes, Gaetano Bresci, Asso Merrill, Joe Strummer, Joker e non pretende di essere migliore degli altri. E se la ride ancora, l’infamato.

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