TORINO 14_08_09 CIE DI CORSO BRUNELLESCHI
Il Borghese
L’EDITORIALE

Cpr, un affare da due milioni di euro. E otto su dieci non vengono espulsi

Il centro di Torino costa due milioni l’anno, ma solo il 18% dei clandestini viene poi rimpatriato

All’inizio li chiamarono Cpt, poi Cie. Oggi si chiamano Cpr. Ma come tutti i luoghi cui viene cambiato sovnte il nome, la sostanza non cambia. Perché i manicomi potrai anche farli diventare ospedali psichiatrici, oppure preferire un acronimo un po’ esotico come Rems, ma poco cambia, soprattutto dal punto di vista degli ospiti. E i Centri per i rimpatri restano ciò che son sempre stati da quando vennero inaugurati come centri di permanenza temporanea: ossia luoghi di detenzione per clandestini, che vi dovrebbero trascorrere un tempo limitato, in attesa che vengano sbrigate le pratiche necessarie all’espulsione. Luoghi a metà, gli unici in cui, andando un pelino oltre ciò che prevede la nostra Costituzione, è ammessa la detenzione (anche se non la chiamano così) per una violazione amministrativa e non penale. Istituiti dalla sinistra (ministri Livia Turco e Giorgio Napolitano), poi cavalcati dalla destra, I Cpr sono strutture che nell’immaginario collettivo cambiano colore a seconda di dove tira il vento. Crudeli, quando qualche ristretto si impicca. Ma necessari, quando ciclicamente si torna a parlare di immigrazione come di una emergenza. Perché servono a “riportare al loro paese” gli stranieri “in eccesso” o ritenuti socialmente pericolosi.

L’unica cosa certa, dal 1998 quando vennero istituiti, è che i centri sono assai costosi. E servono a ben poco, se si guarda allo scopo che si prefiggono, dato che sono pochissimi gli stranieri ristretti che poi vengono effettivamente espulsi. Basta guardare i dati del Brunelleschi, il centro torinese, che raccoglie clandestini provenienti da molte città italiane. Ebbene, secondo quanto riportato nell’ultima relazione al Parlamento del garante nazionale dei detenuti che ha analizzato i dodici mesi del 2021, le persone effettivamente rimpatriate sono state appena 142 su 776 transitate, ossia il 18,3% del totale. E gli altri? Una parte sono usciti dopo aver tentato il suicidio, qualcuno per averne messo in scena uno. I più perché manca l’accordo con i Paesi di origine o comunque la macchina burocratica non è riuscita a organizzare il viaggio prima della scadenza dei termini. In ogni caso, (quasi) tutti fuori. Dopo un periodo di permanenza assai lungo: 46,7 giorni in media. Meno rispetto a Nuoro (73,5) e Brindisi (51,2), ma parecchi di più se si guarda a Caltanissetta (14,5) Trapani (15,8), Bari (29,5), Potenza (22,7) o Milano (35,3).

Guardare la permanenza media, quando si parla di Cpr, è assai importante. Perché da questa, alla fine, dipende il costo sostenuto dallo Stato, visto che gli appalti per la gestione vengono assegnati sulla base di cifre pro capite/pro die e saldate alla presentazione dei rendiconti.

Il 10 febbraio, dopo la gestione dei francesi di Gepsa succeduti alla Croce Rossa, l’appalto del Cpr Brunelleschi è stato aggiudicato con riserva a Ors Italia srl, ramo italiano della svizzera Ors Service Ag, acronimo di “Organisation for Refugee Services”, tra le società leader nel campo dell’assistenza ai migranti da oltre 30 anni. Tra Svizzera, Austria, Germania e Italia gestisce oltre 100 strutture e occupa 1.400 collaboratori. E a Torino ha vinto la gara proponendo un costo del servizio pro capite al giorno di 37,97 euro, cui vanno aggiunti 133.5 euro a immigrato come kit di ingresso. E il totale è presto fatto: con un fabbisogno teorico che la prefettura, quando lanciò il bando, stimava in 144 posti, sono circa due milioni di euro l’anno. Se la percentuale di espulsioni restasse quella di quest’anno, 1.600.000 euro, a prescindere dagli aspetti umanitari, andrebbero semplicemente sprecati.

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