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IL COLIBRÌ

Così duro e commovente il volo per una vita futura

Tra lutti, speranze, amori perduti, il romanzo di Sandro Veronesi

Difficile. Diventa difficile scrivere di un libro (sia mai che si usi ancor il termine “recensire”) di cui tutti hanno già parlato, dai giornalisti più autorevoli agli amici dell’autore ai blogger agli influencer con caffè in omaggio. E come fai, a questo punto, a parlarne male, se tutti hanno deciso che è un successo, un capolavoro, il libro dell’anno? Il fatto è che “Il colibrì” (La nave di Teseo, 20 euro) di Sandro Veronesi è davvero bello, è dannatamente bello e commuove. Sul serio.

Il colibrì è piccolo, è grazioso: per questo la madre di Marco Carrera, il protagonista, aveva scelto questo soprannome per suo figlio da bambino, quando non cresceva, quando rimaneva ben più piccolo della media ma dai tratti incredibilmente gentili e belli. Ma il colibrì è anche l’uccello in grado di battere le sue ali fino a ottanta volte al secondo per poter rimanere fermo a mezz’aria. E così Marco Carrera, gli viene detto: tanto agitarsi per rimanere sempre fermo al solito posto, per non cambiare. Il colibrì in realtà è velocissimo, ma sa anche volare all’indietro.

E così va il romanzo, in una acronia esasperata: si parte dai quarant’anni di Carrera e si torna indietro ai suoi dodici, poi si salta al presente dei cinquanta, si va dagli anni settanta agli anni trenta del nuovo millennio. Certe volte è un fatto raccontato, altre una mail, o una lettera alla donna che ha amato tutta la vita, senza poterla mai sfiorare, tradendo sua moglie senza consumarlo, questo tradimento, subendo poi la vendetta crudele. Velocissimi in avanti, poi improvvisamente all’indietro, poi fermi di colpo. Magari rallentando il metabolismo, quasi a fermarlo, per sopravvivere, per lasciare che la difficoltà passi, oppure che il corpo e l’anima siano in grado di affrontarlo. Così come il colibrì va la scrittura di Veronesi e anche la vita di Carrera.

Un romanzo di resilienza, che quasi a ogni pagina trasuda del senso della perdita: degli anni passati, della sorella suicida, dei genitori portati via dalla malattia, del fratello che ha deciso di troncare ogni rapporto, persino di quel “filo” attaccato alla schiena che sua figlia sosteneva di avere, da bambina, fino a che è scomparso. Ma il senso di tutto ciò è concentrato in una parola, Miraijin, che in giapponese significa “uomo nuovo” o “uomo del futuro”.

Che per ironia del destino è una femmina, la nipotina di Marco Carrera: bellissima, mulatta dagli occhi orientali ma del colore azzurro unico che aveva la sorella di Marco. Sì, è per questa meraviglia del mondo di domani che Marco Carrera ha continuato per tutta la vita a battere le sue ali a un ritmo forsennato: perché, pare, se al colibrì blocchi le ali, lui muore.

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