Serena Mollicone, la diciottenne
uccisa ad Arce (in provincia di Frosinone) nel 2001
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CASO MOLLICONE

Congiura in caserma: le trame criminali per uccidere Serena

Nel 2001 ad Arce la terribile morte della 18enne. La Procura di Cassino ha chiuso le indagini

Cinque richieste di rinvio a giudizio per la morte di Serena Mollicone, la diciottenne uccisa ad Arce (in provincia di Frosinone) nel 2001. La Procura di Cassino ha chiuso le indagini e chiesto il processo per l’ex comandante della stazione di Arce, il figlio Marco, la moglie Anna, il luogotenente dei carabinieri Vincenzo Quatrale e l’appuntato Francesco Suprano. I componenti della famiglia Mottola devono rispondere di omicidio volontario ed occultamento di cadavere. Il sottufficiale Quatrale di «convincimento morale esterno in omicidio e dell’istigazione al suicidio del brigadiere Tuzi». L’appuntato Suprano di favoreggiamento.

Per l’omicidio della giovane si sono susseguiti 19 anni di false piste, sospetti depistaggi e prove sparite. I carabinieri del Comando provinciale di Frosinone e i colleghi del Ris hanno riassunto questo lungo caso giudiziario nell’informativa consegnata al pm Beatrice Siravo e al procuratore Luciano d’Emmanuele. Le conclusioni sono ormai note: la ragazza fu uccisa nella caserma dei carabinieri di Arce in concorso tra l’allora comandante Franco Mottola, la moglie Anna e il figlio Marco. Sono tutti accusati di omicidio volontario.

Secondo la ricostruzione, Serena fu convocata in caserma per la sua intenzione di denunciare un giro di stupefacenti che coinvolgeva Mottola jr. e qui aggredita verbalmente, picchiata e spinta con violenza col capo contro una porta dell’appartamento dove alloggiava la famiglia del comandante. Tramortita e in fin di vita per una frattura alla tempia, fu prima tenuta nascosta e poi trasportata in un campo, legata, imbavagliata e lasciata morire. Da qui l’altra pesante accusa di occultamento di cadavere, anche se non è stato possibile risalire ad eventuali complicità nel trasporto del corpo. Era l’1 giugno 2001 e Serena, ritrovata 36 ore dopo, aveva 18 anni. Prima i sospetti su un amico carrozziere (processato e definitivamente scagionato); poi sul fidanzato (prosciolto da ogni accusa) e ora le accuse alla famiglia del maresciallo indagata dell’uccisione di Serena Miollicone. Raramente un giallo è stato così ricco di colpi di scena. E raramente un paesino di 5mila anime, come Arce, è stato tormentato da un interrogativo così grave: ma chi è l’assassino di Serena? Quello ricostruito dai carabinieri è un quadro assolutamente indiziario che si fonda su tre elementi: la dichiarazione resa in Procura dal brigadiere Santino Tuzi; la consulenza della professoressa Cristina Cattaneo (dell’Istituto di medicina legale di Milano) che ha concluso per la compatibilità della frattura cranica su Serena e il segno di effrazione sulla porta di legno della caserma; il terzo elemento è la consulenza dei Ris con la quale è stata riscontrata la presenza di frammenti di porta e tracce della vernice della caldaia della stazione dei carabinieri tra i capelli di Serena. Ora l’informativa è nella mani della procura che a breve procederà con i rituali avvisi di conclusione delle indagini preliminari. Una ricostruzione, però, che la famiglia del maresciallo respinge con decisione.

Ed è il loro avvocato, Francesco Germani, a illustrarne i motivi: «Mi spiegate, allora, perché tutti gli esami eseguiti sulla famiglia Mottola hanno dato esito negativo? E mi riferisco al Dna, alle impronte, ai capelli… Come mai tutte scagionano i miei assistiti? E poi basta ricordare che ogni delitto obbedisce a una logica. Se veramente Serena fosse morta contro quello spigolo, la porta sarebbe rimasta lì? Se davvero la famiglia Mottola fosse stata responsabile, avrebbe avuto tutto il tempo per farla sparire. E invece, dopo 13 anni, la porta era ancora lì, al suo posto. Non solo: ma quella porta appartiene non all’appartamento del maresciallo, ma a quello adiacenteche era disabitato».

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