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Il plogging (correre per le campagne raccogliendo i rifiuti) più che una disciplina sportiva è una forma di volontariato ecologico. Fa un po’ ridere che ne abbiano disputato giorni fa in Val Pellice il primo “Campionato mondiale”, neanche esistesse una Federazione Internazionale. Invece, si sa, puoi organizzare il campionato mondiale di qualsiasi stramberia, come le bocce quadre in un’epoca in cui sta scomparendo il ben più nobile e antichissimo sport delle bocce sferiche. Il plogging almeno ha un senso perché sensibilizza la gente sul problema dei rifiuti abbandonati. Ma non è nella linda e pettinata Valpellice che ne andrebbero organizzati i campionati, bensì a Roma e a Napoli, e nel sud in genere. Anche lì, se non il plogging, vengono indette da decenni le ‘giornate ecologiche’ per portare le scolaresche e i cittadini più volenterosi a raccogliere rifiuti sulle spiagge e sui bordi delle strade. Anche lì queste iniziative vengono riprese e diffuse dai media, ma con risultati scarsi perché chi vede quelle immagini ed è abituato a buttare la rumenta per strada, lungi dal vergognarsi e smettere di farlo, si consola e lo fa ancor più a cuor leggero perché “tanto c’è sempre qualche fesso che raccoglie per me”. Sono iniziative che piacciono tanto alla sinistra ecologica, ma lasciano il tempo che trovano, tipo i laboratori di ceramica e di tessitura a mano di tappeti artigianali di Mimmo Lucano a Riace. Come se insegnare agli immigrati a fare (male) vasi di coccio e tappetacci di corda potesse servire a risolvere i loro problemi di inserimento professionale. Invece serve solo a giustificare i contributi pubblici.
collino@cronacaqui.it

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