carcere ivrea
Cronaca
A Ivrea scattano le misure del gip

«Colpiti coi manganelli, drogati e lasciati nudi»: otto poliziotti sospesi

Un detenuto rinchiuso per venti giorni in una cella. Costretto a stare in mutande e a non vedere nessuno

Calci, pugni, manganellate sotto ai testicoli. Colpi su corpi nudi, quelli dei detenuti costretti a fare flessioni in mutande, o a fare lo sciopero della fame, cosicché i poliziotti potessero «sbeffeggiarli». Sono difficili da leggere gli atti dell’inchiesta sulle presunte torture contestate, finora, a 45 agenti di polizia penitenziaria a Ivrea. Ieri, dopo anni di sevizie inflitte ai carcerati (secondo l’ipotesi dell’accusa), otto di loro, definiti «gli anziani» sono stati allontanati dalle loro funzioni per ordine del gip, che ha accolto la richiesta della pm Valentina Bossi e della procuratrice Gabriella Viglione, infliggendo loro le misure interdittive della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio per un anno. Misure che si rendono necessarie, scrive la giudice Ombretta Vanini, per il pericolo di reiterazione del reato. Si tratta degli agenti, per fare un esempio, che avrebbero spezzato un braccio a un detenuto dopo averlo costretto a “giocare” a braccio di ferro. Sarebbero gli stessi colleghi e superiori degli indagati a confermare il quadro della procura e le versioni rese dai detenuti. Anche l’inchiesta – che è ancora in corso – è stata svolta da agenti della polizia penitenziaria, quelli in forze al Nucleo investigativo. Le misure sono state chieste perché, nonostante gli agenti «anziani», sapessero che c’era un’inchiesta, avrebbero continuato, sentendosi impuniti, a torturare i detenuti. Le vittime sarebbero decine, due quelle citate dalla gip nell’ordinanza. Un italiano di 37 anni ha subito un inferno tale da tentare il suicidio. «Al momento del suo arrivo – si legge nell’atto – veniva foto segnalato, spogliato e gli veniva richiesto di effettuare flessioni sulle gambe, nudo. Veniva fatto salire a forza al piano con calci e schiaffi». Dopo avere tentato di uccidersi, il detenuto subirà, per il suo gesto, la “punizione” dei poliziotti, che lo portano – secondo la ricostruzione dei pm – «in uno stanzone con i vetri, a vista, dove veniva lasciato completamente nudo e veniva picchiato con schiaffi, calci e pugni, anche sotto i testicoli e mediante l’utilizzo di un manganello telescopico, non prestandogli soccorso alcuno, e venendo lasciato dormire nudo a terra». Il giorno dopo, uno degli agenti indagati gli avrebbe detto: «Se lo dici al comandante ti ammazzo». E il giorno dopo ancora, le torture sarebbero proseguite. Il giovane viene portato «nella cella liscia – prosegue la gip – ove vi era un solo letto piantato a terra e un materasso di spugna lurido, venendogli consentito di indossare le sole mutande, ed ivi rimanendo per venti giorni, senza mai potere parlare con un avvocato, senza abiti, senza lenzuola, senza sapone, senza contatti con altri detenuti e senza mai usufruire di un’ora d’aria, e ciò nonostante non vi fosse alcun provvedimento di isolamento». La “spedizione punitiva”, per la vittima, era stata messa in atto da agenti poi riconosciuti grazie ai loro soprannomi: Harley Davidson, Sansone, Schumacher, Tre tacche grigie. «Questo infame non si sa fare la galera», avrebbero detto. Sono accusati di tortura, perché hanno agito, scrive la procura, «con crudeltà, cagionando acute sofferenze fisiche». Molti di questi agenti sono stati descritti come autori di reati anche da altri detenuti, o ex, relativamente ad anni precedenti. Interrogati davanti al gip, gli agenti – difesi dall’avvocato Celere Spaziante – hanno respinto ogni addebito.

Ma pesano come macigni i verbali con le descrizioni di azioni che, secondo il gip, non sarebbero inventate. Un carcerato di origini marocchine, poi trasferito a Novara, era stato portato in una stanza da quattro poliziotti che lo avrebbero massacrato di calci e pugni mentre lui, riverso a terra, si era rannicchiato in posizione fetale. «Ricoprendolo di colpi anche sferrati con un manganello telescopico su tutto il corpo», scrivono le pm, che concludono: «Tentarono anche di strangolarlo e soffocarlo».

Il giovane italiano sequestrato per venti giorni in mutande, doveva subire anche l’inalazione forzata di medicinali, secondo la procura. «Mi picchiavano senza portarmi in infermeria, anche se lo chiedevo – raccontava la vittima – a seconda di quanto mi lamentavo perché mi facessero parlare con un avvocato, mi obbligavano a prendere dalle 30 alle 50 gocce di “En”. Altre volte me lo mettevano nel caffè. Se non prendevo il Valium, la sera, mi picchiavano col manganello. Prima si mettevano i guanti». Alla madre, che mandò, dopo avere visto il figlio dimagrito di 18 chili a un colloquio, un esposto anche alla procura generale, il ragazzo aveva detto: «Portami via da questo inferno». La donna, alla procura, aveva riferito: «Aveva gli occhi aperti ma sembrava che non mi vedesse. Mi ripeteva solo di portarlo via da quell’incubo». L’indagine prosegue. Non si esclude che l’amministrazione penitenziaria disponga trasferimenti del personale a Ivrea, vertici compresi, anche solo a scopo cautelativo.

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