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Collezione da Tiffany

Leggendo la storia del collezionista di violini Luigi Tarisio ho fatto alcune riflessioni sul collezionismo ossessivo. Tarisio nacque nel 1790 a Fontaneto Po e fin da piccolo fu avviato al mestiere di falegname. Era ignorante e analfabeta, ma per misteriosi motivi (fra i quali mi piace immaginare quello della reincarnazione di qualche famoso liutaio) si innamorò dei violini, ne divenne suonatore girovago e intenditore assoluto. Nella sua vita ne raccolse e restaurò centinaia, molti dei quali di pregio. Mangiava pane e castagne, beveva solo acqua, non ebbe mogli né figli, e morì in una soffitta piena di soldi, oro e 190 violini preziosi (tra cui uno Stradivari, dei Guarneri, dei Guadagnini). Un tesoro che oggi varrebbe decine di milioni. La domanda è: che senso ha dedicare la vita a una collezione vivendo come un miserabile, senza affetti? La risposta è che il collezionista estremo è cugino dell’accumulatore seriale. E’ un disturbato mentale. Schiavo dell’analità Freudiana, soffre di una nevrosi compulsiva che lo spinge ad accumulare senza mai cedere, se non costretto. Il possesso del bene collezionato lo compensa di ogni privazione, compresa quella dell’amore, perché l’amore è lei, la collezione. Tarisio fu trovato morto abbracciato a due violini, come volesse portarli con sé nell’aldilà. I soldi e l’oro gli servivano solo per poter comprare altri violini. Tutti i suoi averi furono ereditati da lontani nipoti che non vedeva mai: valeva la pena? Sì. Sono certo che lui, pensando alla morte, si diceva: “solo io ho saputo amare questi violini. Non importa chi li avrà. Morto io, nessuno li amerà più come me”. E’ la storia un po’ malata di tanti accumulatori. Pardon, collezionisti.

collino@cronacaqui.it

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