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Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Cittadini e padroni

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Parliamo di Salvatore. Potremmo parlare anche di altri, ma è lui al momento quello che si incatena al dehors del suo bar. Un bar rilevato con la moglie, in una bella zona, ristrutturato: giusto in tempo per cominciare ad affrontare lockdown, riaperture, nuove chiusure, zone gialle e zone rosse. Dice di averci rimesso almeno 65mila euro in mancati incassi. E i ristori, o sostegni come si chiamano adesso, non coprono abbastanza. Salvatore rischia lo sfratto, dice. O almeno così gli ha detto il padrone dei locali (ma al momento non sono bloccati gli sfratti?) tramite l’ingiunzione di un avvocato a pagare due mesi di affitto arretrato. Due mesi da saldare con locale chiuso o semivuoto. E qui la situazione si complica. Immaginiamo che Salvatore, o chiunque come lui, chieda al padrone di ridurre la pigione, vista la situazione. Il padrone (pensate, potrebbe essere una banca erogatrice di mutuo) potrebbe rispondere «ma che c’entro io se i tuoi affari vanno male? Io vivo con gli affitti». Tutto logico e d’altra parte uno vorrebbe vivere del suo lavoro, ma di fatto gli è proibito per decreto. Un decreto nel nome di un interesse più alto, quello della salute pubblica, ma allora perché i padroni di casa, o dei negozi, i fornitori di servizi (telefonia, energia, acqua, tasse assortite, le banche) non devono vedere ridotte le loro pretese (legittime) nella stessa misura? È una catena, lo capite, vero? Se io produco vino (o tovagliette da bar, o piatti e posate), lo Stato mi dice che posso continuare a farlo, ma come gli spiego che vado in crisi lo stesso con i ristoranti chiusi? No, non ci siamo. Se c’è l’esigenza delle chiusure, allora serve una politica economica vera, non l’elemosina dei sussidi. Non ne usciremo migliori da questa situazione. Tranne i ricchi, per cui poco cambia.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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