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Buonanotte
EDITORIALE DEL GIORNO

Cin cin dàme ‘n quartin

La chiusura dei ristoranti sotto Covid ha messo in crisi il mercato del vino. Molti produttori non sanno dove sistemare le nuove bottiglie perché le cantine sono ancora piene di quelle vecchie. Per rimediare le svendono ai supermarket e ai russi cambiando l’etichetta per non svilire il brand. Ma intanto si vendono bene i vini a basso prezzo, che non sono più, come una volta, vinapole sofisticate od annacquate, ma vini “onesti”, prodotti in zone non famose. Coltura intensiva, raccolta meccanizzata, vinificazione industriale, correzioni dell’enologo. Chi li fa raccoglie 400 quintali d’uva per ettaro, mentre i produttori da enoteca diradano i grappoli nei filari per non raccoglierne più di 40. Ma non basta la diradazione o la barrique a giustificare un prezzo venti volte superiore: la produzione è meccanizzata e corretta dall’enologo anche nei vini cari. La crisi è di base e di nicchia. Di base perché cala il consumo di vino nelle case, e se ne beve meno anche fuori, nei bar e nei ristoranti, specie fra i giovani, per paura del palloncino. Di nicchia perché i consumatori di bottiglie da 60 euro sono sempre quelli, mentre aumentano i produttori che vogliono vendergliele. I produttori dovrebbero associarsi tutti, per reclamizzare in modo efficace e martellante il vino in sé, non le loro etichette. Come fecero i birrai negli anni ’80. Ricordate gli spot di Renzo Arbore in Tv? “Chi beve birra campa cent’anni. Meditate, gente, meditate”. E poi accontentarsi. Meglio un vino venduto a poco (se si tolgono i fronzoli come il marketing e le barriques ci si guadagna lo stesso) di un vino caro invenduto, o svenduto in Russia con etichetta diversa perché la banca telefona ogni giorno.

collino@cronacaqui.it

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