elezioni scrutatori
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Ci giochiamo il nostro futuro

Quasi vent’anni fa Torino ha cominciato lentamente a spegnersi. E a nulla sono serviti gli allarmi degli indicatori economici che davano la città all’ultimo posto tra le roccaforti del nord. Solo una fiammella ha riacceso le speranze, quella delle Olimpiadi del 2006. Poi le ombre della decadenza dell’ex capitale dell’industria italiana sono tornate. Anche grazie ai ruderi degli impianti olimpici, alle immagini spettrali del Palazzo del Lavoro abbandonato e poi bruciato, a Torino Esposizioni devastata e depredata. Alle periferie sempre più sole. E all’industria, quella grande fuggita grazie agli sconti fiscali della delocalizzazione, e a quella minore, senza commesse e senza progetti condivisi di crescita. Infine la pandemia a fare il resto, creando una tensione sociale che, inutile negarlo, cova sotto la cenere. Lo scenario delle prossime elezioni comunali che incombono esattamente tra sette giorni, è quello di una città che non chiede rattoppi, ma un viatico che le consenta di ritrovare quello slancio che in passato l’ha resa vitale per l’intero Paese. Dunque la domanda delle cento pistole è questa: il viatico esiste? Ci sono programmi forti in grado di far tornare Torino protagonista? Lo abbiamo chiesto ai tre principali candidati che si sfidano per la poltrona di primo cittadino. Paolo Damilano che con “Torino Bellissima” rappresenta il centrodestra, Stefano Lo Russo per il centrosinistra e Valentina Sganga che raccoglie l’eredità di Chiara Appendino per i 5 Stelle alleati con i Verdi, ora che questa strana campagna elettorale è agli sgoccioli, apparentemente senza colpi di scena che tuttavia tradiscono alleanze sotterranee e antichi rancori anche negli stessi schieramenti. Quasi come se questo andare al voto domenica e lunedì prossimi fosse solo il primo tempo della partita, in attesa di un secondo round o meglio dei rigori che si tirano nelle urne. Eppure di mezzo c’è il futuro non solo della Torino dei prossimi cinque anni, ma dell’avvenire di questa città travagliata. Mai come ora si avranno a disposizione i grandi benefici dei fondi europei che richiedono capacità progettuale, organizzazione amministrativa e quella coesione sociale e politica che qui manca da decenni. Paghiamo, inutile nasconderlo, l’immobilismo della sinistra e l’impreparazione dei grillini. Ma anche la lontananza di Roma che non ha mai creduto in un progetto per il rilancio della città, considerata da sempre l’ultima periferia dell’impero. Così si respira un’aria di cambiamento anche se il clima di queste elezioni appare abbastanza dimesso, forse anche per la brevità della campagna elettorale consumata tra le calure di agosto e i pochi dibattiti di settembre. Dire che occorre cambiare il passo rispetto al passato non è solo auspicabile, ma necessario viste le emergenze in cui si dibatte Torino per il lavoro, la sicurezza e i disservizi che pesano sulla vita dei cittadini soprattutto nelle periferie, mentre il centro è preda della desertificazione commerciale e del degrado. Un’innegabile fotografia della realtà. L’ultima parola tuttavia spetta ai cittadini, augurandoci ancora una volta che non trionfi il partito degli astenuti.
beppe.fossati@cronacaqui.it

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