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L’INTERVISTA DELLA DOMENICA

CHIARA APPENDINO: «Dal gazebo in piazza alla vita sotto scorta. Ora vi dico chi sono»

Galeotto fu un gazebo dei Cinque Stelle a Porta Palazzo. Era la vigilia di Natale del 2010 e Chiara Appendino stava passeggiando con il marito quando inciampò quasi nei cavalletti di un tavolo raffazzonato attorno al quale si parlava del bilancio di Torino. Bastò uno sguardo a quel libro e venne fuori una frasetta intrigante: «Se volete vi do una mano…», rompendo un silenzio quasi palpabile degli attivisti del movimento. Tutto è cominciato così, quasi per caso. A 10 anni di distanza Chiara, praticamente in scadenza del suo mandato da sindaca, è seduta in redazione, con i capelli neri tra i quali brilla qualche filo d’argento, elegante in un tailleur nero, senza gioielli e senza trucco. Coglie lo sguardo, sorride e quasi si giustifica. «Non ho tempo per il parrucchiere, ma prometto, ci andrò». Dritta al punto, senza fronzoli, anche nelle minute cose. Una dote, dicono, che piace molto anche al capo politico dei grillini, Vito Crimi, che ancora qualche giorno fa, si è lasciato scappare la promessa di un posto nel direttivo del movimento. Geloso, si mormora, di chi come Di Maio, la vorrebbe ministra della Repubblica con un incarico tra industria e finanza.

Dopo quasi cinque anni da sindaca considera conclusa questa esperienza e potrebbe essere attratta dalle lusinghe della Capitale? Insomma, come si dice, è pronta a passare la mano?

«Non voglio eludere la domanda, ma in questo momento sono concentrata sulla mia città e io, fino al termine del mandato, darò ogni mia energia dedicandomi ai tanti problemi che ci siamo trovati sul tavolo. Qualcuno lo abbiamo risolto, qualcuno lo stiamo risolvendo e su altri non ce l’abbiamo fatta».

Piero Fassino , allora sindaco apparentemente intoccabile della città, la definì “La Giovanna d’Arco della pubblica morale” . Si sente ancora così?

Era il 2012, credo. E lui lo disse perché ero molto, molto combattiva in consiglio Comunale. Allora ero all’opposizione. Adesso sono passati quattro anni da sindaca e posso dire che l’energia che ci metto è sempre la stessa, ma il mio ruolo è cambiato. Giovanna d’Arco è diventata santa (sorride) non esagererei… E prima è anche finita al rogo…

Suo marito la descrive così: “Era ed è sempre stata la prima della classe, una che studia tanto e cerca di emergere. Ma sempre con un velo di riservatezza.” Dunque la Appendino ha sempre un obiettivo?

Che io dia tutta me stessa quando devo raggiungere un obiettivo è vero. Per questo garantisco che porterò a termine il mandato con il massimo della determinazione. Non solo: nei prossimi mesi devo portare a compimento ancora tanti progetti in sospeso.

Riassumiamo: per Fassino è una sorta di Giovanna d’Arco, suo marito invece sottolinea la sua riservata timidezza. Ma chi è la vera Chiara?

Non credo che un tratto escluda l’altro. Le racconto un fatto personale: io ho conosciuto mio marito che avevo 17 anni, quindi siamo cresciuti insieme, poi ci siamo sposati quando ne avevo 23. E quest’anno facciamo 12 anni di matrimonio. Quindi ho passato più di metà della mia vita con lui. Quando ci siamo conosciuti, e fino all’ultimo anno di Università, io davanti a quindici persone svenivo, perché non riuscivo a parlare in pubblico per la mia timidezza. Mi ricordo che per presentare le slides all’Università al penultimo anno davanti a 25 persone ho avuto un attacco d’ansia, non riuscivo a parlare e ho dovuto interrompere l’esposizione. Non solo: c’era un corso per parlare in pubblico e non l’ho fatto perché avrei dovuto parlare in pubblico davvero. Questo è come ero, e come in parte sono ancora. Un tratto di timidezza c’è, ma forse è più riservatezza tipicamente piemontese.

Fare il sindaco come ha cambiato la sua vita? E sia sincera: sono più i successi o le delusioni?

Sono 5 anni in cui mi sono dedicata anima e corpo alla città. È stata una scelta di vita che ha sicuramente sottratto tempo ai rapporti personali e famigliari, ma che mi ha dato la possibilità di instaurare un rapporto con la città, perché sei sindaco sempre quando vai in giro per Torino. E io giro tanto, soprattutto nel fine settimana. Quindi le persone mi riconoscono non come Chiara, ma come il sindaco, nel bene e nel male. La cosa che più mi rimane di questa esperienza, al di là dei tanti problemi, è proprio il legame con la città, e questo non te lo dà nient’altro che il ruolo di sindaco.

Ma rifarebbe il sindaco?

Se tornassi al 2016, lo rifarei, senza alcun dubbio. E sono felice di averlo fatto. Non c’è altra cosa che dia più soddisfazioni.

Ci fa una fotografia di Torino come la immaginava da cittadina, come è cambiata in questi 5 anni e come pensa che debba cambiare ancora?

Quando abbiamo iniziato questo percorso, c’erano alcuni temi importanti, a partire dalle periferie abbandonate al loro destino. Penso all’Ex Villaggio Olimpico e al campo rom di via Germagnano, che nessuno credeva avremmo risolto. E invece siamo partiti da lì, da quelle situazioni che sarebbero diventate esplosive. Poi ci sono gli altri interventi, dal lavoro fatto a Pietra Alta o alla manutenzione delle aree giochi, dei marciapiedi e dei giardini, che sono piccoli interventi che però incidono sulla qualità della vita. Nei primi tre anni, nelle periferie, abbiamo investito 45 milioni di euro, anche grazie un intervento governativo, cosa che non succedeva da tantissimo tempo. Ma adesso servirà una nuova iniezione di risorse. Nel frattempo abbiamo risanato un bilancio disastroso che adesso, invece, ci permette di avere due milioni per rifare piazza Montale delle Vallette. Quindi la città torna a poter reinvestire risorse proprie sulle periferie, ma non sono interventi che si fanno dall’oggi al domani.

Torniamo all’ex Moi, alla vergogna di via Germagnano. Agli anarchici dell’Asilo. Un po’ riservata e un po’ sceriffo?

Sulla sicurezza sono molto orgogliosa del lavoro fatto se mette in fila i campi di via Germagnano e di corso Tazzoli, l’Ex Moi, la Cavallerizza, e l’Asilo occupato per cui sono ancora sotto scorta dopo lo sgombero. Erano anni che nessuno faceva niente. Se si fosse intervenuto subito, il Moi non sarebbe diventato quello che è stato. E anche via Germagnano era stato lasciato andare, diventando un ghetto che attirava nuovi inquilini da tutta Europa. Bisognava mettere la parola fine e l’abbiamo fatto.

Che effetto fa essere sotto scorta?

Dal punto di vista lavorativo non tantissimo, nella vita privata cambia perché se nel poco tempo che ho a disposizione vado a fare una passeggiata in montagna o a dormire in un rifugio la scorta è con me. E non solo. Ma anche con mio marito e mia figlia. Per Sara sono “gli amici”, che devo ringraziare, perché sono bravissimi, persone straordinarie con cui si crea un rapporto di fiducia. E con noi ci sono sempre gli amici. Ho cambiato radicalmente il mio modo di spostarmi. E anche di vivere il mio tempo.

Qual è il mercato dove le piace di più fare la spesa?

Porta Palazzo. È un luogo simbolo della città che stiamo rilanciando anche grazie a investimenti importanti, penso a Mercato Centrale e Combo. Presto, poi, ci saranno i banchi nuovi, tutti uguali, come una volta. Il mio mercato di zona, invece, è quello di piazza Barcellona o piazza Benefica. Ma li giro tanto, tutti.

Parliamo di passioni: gioca ancora a Risiko?

No, ora con mia figlia Sara, che ha quattro anni e mezzo, siamo su Memory con le tessere degli unicorni. Lei è bravissima e vince sempre.

E il calcio?

Lo sport non riesco più a praticarlo, non ho veramente più tempo. Se ho mezz’ora la dedico a mia figlia. Però ho iscritto lei a tennis.

La passione per la Juve è intatta?

Quella non passa mai.

Lei ha fatto una tesi di laurea sulla valutazione dei calciatori… Come giudica Pirlo?

Una scelta affascinante e coraggiosa. Ogni tanto è giusto cercare soluzioni un po’ fuori dagli schemi.

Quella sulle Atp Finals è una grande scommessa, come se Torino fosse Wimbledon…

Ricordo che feci una telefonata e chiesi: quante probabilità abbiamo? Mi risposero “una su cento”. E decisi di provarci.

È pentita di non aver fatto la corsa per le Olimpiadi?

Tra le Atp Finals che ospiteremo per cinque anni e due gare olimpiche su diciassette, una tantum, tutta la vita le Atp Finals. Sarebbe stata una riedizione “mignon” rispetto al 2006. La nostra candidatura come città singola per cui mi sono fortemente battuta, invece, fu respinta.

Guardando le trasformazioni della città abbiamo capito che lei adora la bicicletta…

E non sono l’unica. Diciamo che il mondo sta cambiando, c’è una transizione in corso, e mi auguro che si mantenga questo cambiamento.

Ma Torino resta la città dell’auto o lei intravede futuri diversi?

Mobilità sostenibile non significa di per sé che l’auto sia il male. Non ho mai detto questo, e non lo penso. Io penso che andremo in un’ottica di una mobilità sempre più come concetto di servizio. Non voglio fare filosofia, ma il concetto di auto privata cambierà per una questione di tecnologia. Allora credo che in un contesto urbano l’auto sarà meno inquinante, condivisa. Dunque meno auto, ma che girano di più, e che si integreranno con altri sistemi di mobilità. Io dico sempre: se puoi usare la bicicletta, usala perché ti muovi rapidamente, non inquini e poi… più bici ci sono, minore sarà il traffico per chi non può fare a meno dell’auto. La strada, comunque, diventerà sempre più uno spazio condiviso.

Però questa città è la città della Fiat…

Mirafiori si sta finalmente riconvertendo all’elettrico. Il tema è l’auto del futuro e noi siamo la città che più sta investendo sulla guida autonoma. I 20 milioni stanziati dal governo nel Decreto Rilancio per il Centro per l’innovazione nell’automotive, vanno nella direzione giusta.

La fusione tra Fca e Peugeot per qualcuno è un rischio, per altri un’occasione. Lei da che parte sta?

Qui si gioca il nostro futuro e le ultime notizie sull’elettrificazione sono positive, ma tra gli azionisti di Peugeot c’è lo Stato francese. E il tema vero di questo percorso è come il nostro governo saprà farsi garante nei confronti dell’azienda privata e che Fiat mantenga gli impegni che si era presa, soprattutto con Torino.

Piazza San Carlo, 3 giugno 2017. Come ha vissuto, da donna, quella tragedia?

È stato uno dei momenti più difficili della mia vita, sia come sindaca, sia dal punto di vista personale. Per la città è stato certamente un trauma che però ha saputo superare. Già dopo pochi mesi, infatti, i torinesi sono tornati a vivere gli eventi in piazza, ovviamente con regole nuove e in massima sicurezza.

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