Chiamiamolo Domani

Torino durante l'esposizione universale del 1961

Nel 1961 Torino raggiungeva quella incredibile cifra di un milione di abitanti che, per i parametri dell’epoca, la trasformava in metropoli. E non era un anno a caso, poiché le celebrazioni per i cento anni dell’unità d’Italia avevano portato prodigi dell’architettura, speranze della tecnologia, ottimismo. Del Palazzo del lavoro, vediamo tutti cosa è rimasto. Viene da rimpiangere quell’orribile drappo tricolore che l’aveva ricoperto tempo fa: oggi sembra di guardare nelle orbite vuote di un teschio. Quanto alla monorotaia, era la promessa stessa del futuro che diventava presente, guardandola immagino che molti pensassero che nel giro di qualche decennio si sarebbe arrivati alle macchine volanti. Come non detto. Viviamo in un Paese in cui è complicato persino parlare di ferrovie, con ministri che vedono tunnel dove non esistono e parlano di «buchi» dove già ci sono. Altri ministri, invece, temono le navi, soprattutto se arrivano dal Mediterraneo. Da parecchio ormai siamo entrati in un nuovo millennio e Torino è una città diversa, al di sotto dei 900mila abitanti. Il milionesimo torinese, venuto al mondo proprio in quel 1961 pieno di speranze, è oggi un sereno padre di famiglia che guarda la sua Torino peggiorata, così ci dice, incapace di darsi compiutamente una dimensione nuova, rimasta forse a metà del guado. Non che fosse tutto facile in quegli anni, non che a Torino non esistessero periferie disagiate o problematiche. Ma si voleva credere nell’avvenire. Come sarebbe accaduto nel 2006 delle Olimpiadi. Come sarà il prossimo “milionesimo” ammesso che ci torniamo a quel livello? Avrà forse la pelle scura e sarà figlio di diverse civiltà? Vivrà in un mondo avvelenato da paura e inquinamento o conoscerà una nuova primavera? Andrà in treno o volerà nello spazio? In ogni caso, lo chiameremo Domani. E sarà bellissimo.

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