volontari 118 lotta coronavirus
Cronaca
IL RACCONTO Un turno su una ambulanza della Sogit

Una chiamata e si parte: così i volontari del 118 vivono la guerra al virus

Lo strazio dei parenti e la paura di non rivedersi più. Chi non è infetto rifiuta di andare al pronto soccorso

Un silenzio di piombo cala nelle case dei malati Covid non appena gli uomini del 118 si chiudono la porta alle spalle. Mentre la sirena dell’ambulanza strilla, in quegli appartamenti il tempo si ferma e ai parenti non resta che aspettare la chiamata dell’ospedale, nella speranza che dicano che va tutto bene e che no, non è quel virus maledetto arrivato dalla Cina ad aver mozzato il fiato dei loro cari.

I famigliari dei contagiati non possono salire in ambulanza, ma le loro domande si ripetono identiche di casa in casa: «Posso venire anche io?». «Perché no?». «Dove lo portate?». I soccorritori della Sogit sono abituati a queste scene di ordinario dolore e spiegano con pazienza a genitori, mogli e mariti che è ora di salutarsi. «Vi facciamo chiamare dal pre-triage» aggiungono, e con quella promessa si congedano. Le case allora sprofondano nel silenzio: inizia un’attesa carica di impotenza, di fronte a un virus che prima isola e poi uccide, quasi applicasse alla lettera quella antica strategia militare cara alle legioni romane.

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