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Il Borghese

Chi lavora e chi non può

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Primo maggio, ma non per tutti. Lavoreranno in tanti, a cominciare dai riders in bicicletta o scooter a percorrere in lungo e in largo le nostre città, loro che nel pieno della pandemia queste città le hanno mantenute vive, mentre nel chiuso delle nostre case in tanti scoprivamo il delivery, quello stesso cui si sono aggrappati molti locali per non soccombere di fronte alle pure sacrosante regole sanitarie.

Lavoreranno quegli esercizi che hanno riaperto e che chiedono, inevitabilmente, di allentare ancora le restrizioni in corso, perché i dehors non bastano e poi non tutti li hanno (al netto del maltempo). Lavoreranno negli ospedali, perché l’emergenza non è ancora terminata, anche se i camici bianchi da ospitata televisiva continuano a litigare fra di loro, magari perché uno dice che il pronto soccorso è ormai vuoto e l’altro l’accusa di non essere un virologo, dunque non titolato a esprimersi sulla situazione contingente.

E poi ci sono coloro che non lavorano, perché non possono farlo: quelli che sono in cassa integrazione o sanno che perderanno il posto appena finirà il blocco dei licenziamenti, coloro che sono rimasti senza un’azienda perché non è sopravvissuta al lockdown. Comunque la si guardi, il conto che porta con sé questo primo maggio di pandemia è salato, il bilancio è pesante.

E i contorni si intravedono appena adesso che possiamo guardare anche oltre la collina della pura emergenza sanitaria, adesso che esultiamo per la quantità di vaccini, per le dosi a disposizione, che scorgiamo se non la fine della paura almeno una minima rassicurazione, là verso l’orizzonte. Pensare a questo, oggi, primo maggio, è almeno un dovere.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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