Ceva
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LA CITTÀ DI UNA VOLTA

Ceva, fiorente nell’era medievale: capitale dell’antico marchesato

Attraversata dal Tanaro, controlla la pianura che si apre davanti a sé

Fu capitale di un marchesato, la piccola Ceva. Un marchesato importante, nel panorama del Piemonte medievale, retto da una dinastia che ebbe origine comune con quella dei marchesi del Monferrato. Insomma, tutti discendenti di Aleramo, il famoso capostipite di metà della nobiltà piemontese. Attraversata dal Tanaro, Ceva si trova in una posizione fondamentale: controlla la pianura che si apre davanti a sé, ma anche l’accesso alla Valle Tanaro, essenziale punto di passaggio per coloro che dal nebbioso Piemonte volevano recarsi nella più solare Liguria. Se ne accorsero già i Liguri (non quelli odierni, ma l’antico popolo pre-romano) che fondarono Ceva circa duemila anni prima di Cristo.

Eh sì, Ceva ha anche un primato notevole, essendo una delle più antiche città piemontesi. Un tempo si chiamava Ceba, nome che è rimasto per indicare i residenti di questa piacevole cittadina della Grande (i cebani, per l’appunto). L’origine del toponimo è incerta, e potrebbe far riferimento al ricostruito “kaiva”, con significato di recinto, accampamento. Vai a capire. Il nome rimase anche nell’età romana, nella quale fu municipio. Ma fu il Medioevo il momento di vero splendore di Ceva, che fu – come detto – capitale di un piccolo ma fiorente marchesato a trazione aleramica. La signoria fu fondata da Anselmo, figlio di Bonifacio del Vasto, che frammentò il suo ampio dominio tra tutti i suoi figli. Cosa non comune, Ceva batteva moneta ed era dotata di un raffinato sistema di potere: era dotata, ovviamente, di un castello ma anche di un ottimo centro urbano, ben pianificato.

La decadenza iniziò quando, alla morte del marchese Giorgio, il dominio cebano passò sotto altre dinastie e sotto altri domini, come quello di Asti e quindi dei Monferrato, dei Visconti, degli Orléans, dei Savoia. I marchesi aleramici furono sostituiti con i nobili Pallavicino, che ottennero il feudo dai Savoia e che mantennero a lungo il controllo sulla città, diventata capoluogo di provincia sotto Carlo Emanuele II nel Seicento. La rocca di Ceva, fortificata per volere di Emanuele Filiberto, fu però retrocessa a carcere, nel quale scontarono la loro detenzione importanti personaggi, come Pietro Giannone o la marchesa Anna Canalis di Cumiana, moglie morganatica del re Vittorio Amedeo II.

La fortezza fu distrutta per volere dei francesi di Napoleone, come da disposizioni del trattato di Cherasco del 1796. Oggi Ceva conserva un centro storico di grande pregio, con la bella torre di Porta Tanaro e edifici di grande fascino come il teatro neoclassico Carlo Marenco e, naturalmente, i due edifici che furono dimora dei Pallavicino, i cosiddetti castelli Bianco e Rosso. Una città di grande storia, che si respira in ogni suo angolo; e tutto questo, anche se si tratta di una cittadina piuttosto piccola: poco più di 5mila abitanti.

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