orfanotrofio gn
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

C’era una volta l’orfanotrofio

Bimbi abbandonati, nati dalla vergogna di amori consumati prematuramente, figli e figlie di donne arrivate dal sud per partorire senza che qualcuno sapesse oppure troppo povere per poterli mantenere. Sono storie di vita di un’Italia che non c’è più e che nessuno rimpiange quelle passate negli stanzoni di corso Giovanni Lanza 75. Lì c’era l’orfanotrofio più grande di Torino, fino a trecento culle allineate una all’altra. E sembra di sentirli ancora, i loro gemiti, oltre il grande cancello ormai arrugginito con una spessa catena verde che oggi ha il lucchetto aperto. Dentro, adesso, c’è gente che lavora, scrosta muri, imbianca. Restituisce vita ai grandi padiglioni che furono fermata intermedia per i piccoli senza genitori che qui aspettavano una nuova famiglia adottiva e poi, dopo la chiusura del brefotrofio, diventarono uno dei tanti monumenti all’abbandono sparsi qua e là per la città. Acquistato dalla Provincia nel 1952, e inaugurato dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, l’Istituto per l’infanzia e la maternità di corso Lanza ha svolto il suo ruolo fino al 1981. Poi le porte sono state sbarrate, gli archivi svuotati. La struttura (quattro palazzine ed una portineria con alloggio del custode avvolte da un ampio parco per oltre 11mila metri quadrati) è stata venduta a Cassa depositi e prestiti, per poi finire nel fondo investimenti per la valorizzazione. Destino comune a tanti, troppi edifici dall’alto valore storico che gli enti pubblici, non sapendo che farsene a fronte di costi di gestione elevatissimi, hanno lasciato al proprio destino. Ma il vento, almeno quassù in Crimea, è cambiato. Negli stanzoni in cui tanti orfani hanno atteso l’abbraccio di qualcuno da chiamare mamma, sta nascendo qualcosa di straordinario. Una vera e propria cittadella dell’arte e della cultura. Un luogo aperto, e fantastico, in cui sviluppare la creatività, incontrarsi, interagire. Confrontare idee, farne nascere di nuove, trovare ispirazioni, immaginare nuovi modi di vivere, di creare. Perché no, di essere. Il nome? C’è già: si chiamerà Flashback Habitat, Ecosistema per le Culture Contemporanee. E sarà la sede di Flashback, la grande mostra mercato che connette l’antico, il moderno e il contemporaneo e che festeggerà così il decimo compleanno. Le date sono già fissate: da giovedì 3 a domenica sei novembre. Il tema sarà he.art, termine che nasce dall’elaborazione di heart (cuore) e che contiene al proprio interno la parola arte. Perché il cuore è il centro motore dell’apparato circolatorio, il propulsore. E l’arte rappresenta questo cuore pulsante. Soprattutto nella nostra città, che dell’arte mira ad essere capitale. Cosa accadrà dopo novembre in corso Lanza, al momento, non è noto. Le idee sono tante, come le possibilità che offre questo luogo immenso ai piedi della collina che tante storie ha visto passare. Storie di abbandono, ma anche di rinascita. Di esistenze scartate, per egoismo o per necessità, ma anche di grandi gesti d’amore. Questo, negli anni Cinquanta, era il posto in cui si dava una nuova occasione. E ora la storia si ripete. Sperando che quello dell’orfanotrofio non resti un caso isolato. Che la forza sprigionata da questo Habitat sia contagiosa come un virus buono e possa invadere altri spazi. Magari anche in periferia. Dove certo non mancano i contenitori da riempire. E neppure l’energia che infiamma i cuori e fa ribollire le idee.

stefano.tamagnone@cronacaqui.it

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

Giubileo - Casa funeraria
Precedente
Successivo
Precedente
Successivo