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Cronaca
L’ANALISI

Centomila torinesi senza più il dottore

Entro dieci anni tra medici di base e pediatri potrebbero andare in pensione 2.371 professionisti: 1.322 a Torino

L’allarme suona almeno da quindici anni. Uno dei primi campanelli lo aveva fatto tintinnare l’Organizzazione mondiale della Sanità, annunciando che attorno al 2020 quella della medicina territoriale sarebbe stata un’emergenza in Italia. E in Piemonte l’emorragia è iniziata, a suon di pensionamenti, che hanno cominciato a marciare al ritmo di oltre 200 all’anno in media tra medici di famiglia e pediatri. Nel 2021 se ne calcolano già 222 tra dottori di medicina generale o dei servizi, ma anche tra pediatri e “guardie mediche”. Molti accelerati anche dal Covid. Entro dieci anni potrebbero essere almeno 2.371, con un ricambio che non è immaginabile ed è già in progressione negativa nel saldo tra chi anela all’ambulatorio di quartiere e chi dice addio alla professione. Nonostante una previsione di 1.169 professionisti in formazione, soltanto nel Torinese, mancherebbero oltre un centinaio di dottori.

L’emorragia
Un’emorragia che in Regione provano a tamponare con un accordo in deroga al contratto nazionale per aumentare, fin d’ora, la platea di assistiti per ogni ambulatorio. «Un cerotto, quando servirebbe una trasfusione» assicura uno di loro. Perché solo a Torino, infatti, potrebbero trovarsi senza medici di base almeno 113.288 cittadini, nell’arco dei prossimi dieci anni. Una progressione di mancate sostituzioni che, a partire dal prossimo anno e fino al 2032, raggiungerà il picco. Fino a registrare la perdita di 145 medici condotti sull’intera provincia. Per avere un preciso quadro statistico, anno per anno, basta confrontare il numero di professionisti pensionabili Enpam con quello di nuovi ingressi calcolati dagli ultimi studi elaborati dal gruppo di Ricerca e Innovazione in Medicina della Fimmg Piemonte. Un raffronto da cui si capisce la ragione che ha portato i medici di base a siglare un accordo con la Regione per portare il “massimale” degli assistiti da 1.500 a 1.800 su base volontaria e secondo criteri di necessità. «Lo abbiamo firmato per senso del dovere e di responsabilità perché crediamo nel servizio pubblico» commenta Antonio Barillà, segretario del Sindacato medici italiani, senza negare che già l’attuale carico di lavoro sia mal distribuito, con pediatri che possono arrivare fino da 600 a 1.500 pazienti o un medico di medicina generale a partire da un minimo di 1.200 assistiti. «Siamo messi molto male e non c’è alcun ricambio generazionale, i giovani preferiscono altre attività come quella di “guardia medica”, oppure, lavorare nelle unità di assistenza territoriali, che in proporzione sono meglio remunerate – conferma Barillà -. Non corrono certo ad aprirsi un ambulatorio, anzi, a Torino mi risulta che in diversi abbiano chiuso per ripiegare sugli ospedali».

Fuga dallo studio
Rivoli, Collegno, Grugliasco, secondo i medici del territorio che appenderanno il camice con l’anno nuovo, potrebbero trovarsi con uno “scoperto” di almeno 20mila abitanti già nel 2022. Ma non conforta certo di più sapere che su 293 carenze bandite dalla Regione siano stati appena 123 i nuovi studi che sono stati aperti in tutto il Piemonte. La specializzazione per diventare un medico di medicina generale è diventata poco attrattiva per i giovani laureati. Uno studiolo in periferia o un ambulatorio più grande, magari con migliaia di assistiti fuori dalla porta, attirano ancora meno. A dirlo sono gli stessi professionisti e la necessità di tornare a investire sulla formazione, programmando anche un ingresso anticipato alla professione, sembra l’unica soluzione anche per Roberto Venesia della Fimmg. «Viviamo un’emergenza nell’emergenza. Ora con la Regione Piemonte si è data la possibilità di portare in alcuni casi il “massimale” fino a 1.800 assistiti e su base volontaria, ma questo non può bastare se non in deroga e nell’attesa che si metta mano a una riforma della professione, se non del ruolo del medico di base» sottolinea il segretario della Fimmg Piemonte. «Sono anni che lo diciamo senza essere ascoltati – aggiunge Venesia -. Se ci troveremo a pagare la carenza di medici, la causa sta nella mancata la programmazione della Regione negli ultimi dieci anni che, a sua volta, sconta la carenza di fondi ministeriali normati dall’Europa. Per invertire la rotta bisogna agire subito e aumentare le borse di studio, se non far diventare professionalizzante il corso di formazione in Medicina generale. Ne laureiamo 12mila all’anno e non troviamo ricambio».

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