Cavagnolo
Cronaca
REPORTAGE In un paese di 2mila abitanti, le vittime dell’Eternit sono state 116: il 5,6% della popolazione

Cavagnolo, il martire dimenticato: più morti d’amianto che a Casale

Viaggio nel paese devastato dal mesotelioma pleurico, tragica eredità dello stabilimento killer

C’è un ragazzo di quattordici anni che non riesce a dormire. Tutt’attorno è notte e silenzio, ma è come se avesse il diavolo in corpo. Le unghie piantate nelle cosce, negli stinchi, nella carne dei piedi nell’inutile tentativo di estirpare quel prurito che non passa mai. La pelle è coperta di vesciche per le quali non c’è cura né rimedio.

È l’amianto, ad averle aperte dentro di lui, che ancora ragazzino ha avuto la fortuna di trovare un posto di lavoro all’Eternit, a infilzare otto ore al giorno le balle di materiale che in treno arrivano direttamente dalla cava di Balangero. Il forcone in una mano, i sandali nei piedi, un paio di pantaloni corti. E basta.

Si lavorava così, nello stabilimento di Cavagnolo. Ma erano gli anni Sessanta, e la sicurezza in fabbrica era un concetto al di là da venire un po’ dappertutto. E poi vuoi mettere? Otto ore di lavoro e basta, liberi di tornare nei campi che da sempre sono stati la ricchezza di questa terra.

Che fortunati, gli operai di via Cristoforo Colombo. La pensavano così più o meno tutti, conferma Beppe Valesio, residente e autore del toccante libro “La nuvola di polvere-Cronache dalla Saca Eternit di Cavagnolo”.

CONTINUA A LEGGERE IL GIORNALE IN EDICOLA OGGI

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

banners
Precedente
Successivo
Precedente
Successivo