IL CASO

Caluso, torturato dai datori di lavoro: «Mi hanno rovinato la vita»

Accusavano uno stalliere di averli denunciati alla televisione

Caluso. «Mi avevano appeso a testa in giù, poi si è avvicinato lui e mi ha detto “tu da qui non ne esci vivo, ti apro come un capretto”, ho davvero temuto di morire». Così lo stalliere Giovanni Santi, 61 anni di Ciriè, ha raccontato ieri in aula durante il processo le torture e le minacce subite dai suoi due datori di lavoro il 3 marzo dello scorso anno al maneggio di Caluso.

Il processo è cominciato ieri nel tribunale di Ivrea davanti al giudice Ombretta Vanini; Camilla Cassina, 29 anni, e Salvatore Carvelli, di 63 di Caluso, sono accusati di lesioni personali aggravate, sequestro di persona e minacce gravi. Loro sarebbero i responsabili delle torture ai danni di Santi (rappresentato dall’avvocato Nicola Bonino).

Tutto nasce da un servizio di “Striscia la Notizia” i cui inviati, insieme a carabinieri e guardie zoofile, il 2 marzo compiono un blitz nel maneggio di frazione Carolina gestito dalla coppia degli imputati. Vengono segnalati maltrattamenti e abusi sui cavalli, i titolari vengono denunciati e subiscono pesanti sanzioni, peggio è la gogna mediatica quando la sera viene mandato in onda il servizio.

Nel corso di questo filmato un uomo, tenuto nell’anonimato, racconta delle sevizie agli equini. Il giorno seguente Carvelli e Cassina convocano lo stalliere. Lo accusano di essere stato lui a denunciarli. «Carvelli mi ha colpito con un torcinaso, un bastone che usiamo per i cavalli, poi sono svenuto. Quando mi sono ripreso ero appeso a testa in giù, mi picchiavano e minacciavano di morte, dovevo confessare e dire che mi ero inventato tutto. Ma non ero stato io a denunciarli e non ero l’uomo del video. Poi ho cominciato a soffocare, solo allora mi hanno slegato e liberato, ma ho temuto davvero di morire».

La Cassina lo ha poi portato in ospedale a Chivasso dove è stato costretto a mentire ai medici dicendo che era caduto dalle scale. «Sono riuscito a rientrare a casa, ero distrutto, non mi sono mai ripreso né psicologicamente né fisicamente e non ho più potuto lavorare da quel giorno. Mi hanno rovinato la vita».

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