IL RITORNO

I cadaveri, l’albero di sangue ghiacciato: a San Giuda è accaduto l’impossibile

Dopo dieci anni La Nave di Teseo ripubblica “XY”

A dieci anni dalla prima edizione di Fandango, La Nave di Teseo riporta in libreria un romanzo sconvolgente del due volte Premio Strega Sandro Veronesi, “XY”.

Siamo a San Giuda, immaginario borgo isolato da tutto del Trentino, dove don Ermete è il parroco che ha avvicinato le poche decine di abitanti al culto di San Giuda Taddeo, il santo delle cause impossibili. Qui, si consuma un evento impossibile da credere: dieci persone vengono trovate morte contemporaneamente, semisepolte nella neve, ciascuna uccisa da una morte diversa: decapitazione, stupro, boccone di cibo in gola, persino il morso di uno squalo (in piena montagna!) estinto da due secoli. Accanto a loro, un pino ghiacciato irrorato di sangue, contenente «il sangue di tutti» come dice il Dna. E per di più una bambina è scomparsa.

Il parroco e alcuni paesani fanno l’orribile scoperta, annunciata dall’arrivo in paese del cavallo che trainava la slitta: sconvolto al punto che, più avanti, sembrerà piangere lacrime umane, ricordare cosa ha visto.

E sarà per questo, forse, che a un certo punto il procuratore ingaggerà tutta una serie di esperti per “interrogare” il cavallo. Perché più sconvolgente del fatto in sé, c’è solo il modo in cui le autorità affronteranno il problema. Fino a giungere a una clamorosa menzogna (ma nonostante tutto il procuratore continuerà a mostrare al cavallo delle foto di possibili sospetti…).

Ma questo non è un thriller, non ci interessa sapere come tutto è accaduto, chi è colpevole, chi è innocente, no nulla del genere: tutto il romanzo verte sulle reazioni della gente, su quei misteri della mente in cui dovranno addentrarsi sia il parroco sia la giovane psichiatra Giovanna. In quel borgo composto da poche famiglie, dagli alberi genealogici che si intrecciano, antichi rancori e nuovi odi paiono esplodere, dolori sepolti vengono rivissuti come attuali, mentre la società si disgrega. Oggi, dice Veronesi, «potrebbe anche essere una metafora della pandemia». La reazione a un evento inaspettato e incomprensibile, che rende difficile immaginare anche un futuro, o una vita simile a quella di prima.

È abile Veronesi, dannatamente bravo e questo vale anche per un libro di oltre dieci anni fa: il parroco che racconta al passato, mentre la dottoressa, alle prese con una cicatrice misteriosa e con l’ex che non accetta di essere mollato, parla al presente. Ciascuno dei due è specchio dell’altro. E nella forza dei dialoghi irrompono le pause, i silenzi che Veronesi sa tratteggiare: non dicendo che tacciono, ma proprio mostrandocelo, ce li fa ascoltare quei silenzi. E poi meravigliosa, per me sciatore, la discesa forsennata di Giovanna su una neve vergine, flusso di coscienza di pensieri senza punteggiatura perché è il ritmo del pensiero, dell’anima, della volontà, forse anche della comprensione di quanto c’è di importante.

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