Umberto Bossi (Depositphotos)
Amarcord
15 SETTEMBRE 1996

Bossi proclama la secessione della Padania dal resto d’Italia

A Venezia, nel corso di una manifestazione della Lega Nord

Non sappiamo se l’ultima notte “italiana”, Umberto Bossi la trascorse come il principe di Condé prima della battaglia di Rocroi: dormendo profondamente. Di certo, l’immagine che volle dare di sé era quella di un grande condottiero, di un “padre fondatore” di uno stato nuovo, i cui confini erano i grigi fabbriconi e le innumerevoli rotonde della Padania felix. Ma nel settembre 1996, la Padania era una cosa seria. Molto seria.

Un sogno che sembrava ad un passo dal realizzarsi in un settembre come gli altri, negli scoppiettanti Anni Novanta, in un’Italia in bilico tra Mani Pulite e i fuochi fatui del consumismo più sfrenato. Inconsistenza politica e ricchezza. E poi lui, il Senatùr, che prometteva mari e monti ma in ordine inverso: si cominciò il venerdì 13 settembre ore 17 dai monti, dal Monviso dove sorge il Po. Domenica 15, a Venezia, dall’altra parte della Padania, si sarebbe concluso travaglio della nuova nazione con la triplice proclamazione dell’indipendenza. Con tappe intermedie, a cominciare da quella di Torino alle 21 del venerdì 13, quando il corteo padano giunse al Valentino. All’epoca, i giornali seguirono con attenzione massima le azioni del leader del Carroccio: cosa sarebbe successo al Pian del Re?

E, soprattutto, quali sarebbero stati gli esiti della proclamazione di Venezia? Fior di analisti cercarono di leggere in filigrana il successo della Lega Nord e i nuovi riti del neo-stato padano. Riti pagani, notò acutamente qualcuno. Ma le corna vichinghe (e vallo a spiegare che gli elmi vichinghi non erano cornuti…) e le ampolle erano davvero un rito o parte di un apparato teatrale? Il dibattito politico dell’Italia del ’96 ruotava anche attorno a queste tematiche, con un accaloratissimo Fini che tuonava “Bossi è come un tossico e ogni giorno deve aumentare le dosi di insulti e provocazioni.

Cosa si inventerà il 16“? Il riferimento dell’allora leader di An era al 16 settembre, un lunedì fatidico, quello in cui il verde Sole delle Alpi su campo bianco avrebbe sostituito il tricolore di risorgimentale memoria. Oppure, quello in cui tutto sarebbe rimasto come prima. Il fatto è che il 16 non successe granché, ma il 18 la Digos suonò alla porta di via Bellerio con il risultato che tutti sappiamo: colpi proibiti, Maroni ricoverato in ospedale e toni accesissimi. Dallo stato italiano, la secessione fu presa molto sul serio. Le parole di Bossi non lasciavano campo a dubbi: «Noi, popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una repubblica federale indipendente e sovrana». Bossi lesse la dichiarazione di indipendenza, altri leghisti la costituzione transitoria e la carta dei diritti dei cittadini. Scalfaro, nel mentre, invitava le camere a riforme per evitare la secessione; al netto dell’esame di come andò la politica del nostro paese dal ’96 in poi, è impossibile negare che l’esperimento secessionista padano naufragò. Il principe di Condé vinse la sua battaglia ed ebbe l’onore di una importante citazione manzoniana. Ma al Monviso il Po continua a sgorgare verso l’Adriatico. Un po’ in secca, a dirla tutta. Ma nel suo percorso trova infranti i sogni e ingigantiti i problemi di questo paese.

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