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Buonanotte

Birra trappista

I birrofili sono preoccupati perché a causa delle vocazioni calanti i frati trappisti, specializzati nella produzione di birra, sono sempre meno. Si rischia la morte di quel logo esagonale (creato dai frati nel 1997 per combattere le imitazioni) che certifica la provenienza della birra da un monastero trappista. Il disciplinare di questa birra è severo, effettivamente, ma nulla vieta ad eventuali produttori ‘laici’ di rispettarlo nei minimi dettagli. Finirà solo la sorveglianza, il placet, che fino ad oggi spettava ai frati. Ma anche qui nulla vieta che questo placet sia dato da appositi e severi enti ‘esterni’. Quindi è un falso problema. La birra “alla trappista” continuerà ad esistere anche senza ) il marchietto esagonale. Oltretutto pare non sia neanche la migliore: nell’ultima classifica di ‘rate beer’ (uno dei siti più autorevoli in fatto di recensioni di birre) non c’è neanche un monastero trappista fra i primi 50 birrifici artigianali del mondo. Ce ne faremo una ragione, insomma. Ma il fatto fornisce lo spunto per meditare sul valore certificante di istituzioni e marchi. Chiunque ne capisca di vino avrà bevuto vinacci che vantavano in etichetta fior di Doc e Docg. Non bisogna credere ciecamente alla favola della presunta genuinità rurale. Gli allevamenti intensivi sono tutti in campagna. L’idea che il contadino sappia produrre tutto al meglio è quella che permette a certi agriturismi di attrarre i merli promettendo cibi con filiera di cascina, ma servendo poi carni, verdure, salumi e formaggi del discount. Bisogna allenare il palato, cari miei, non affidarsi ai marchi o ai paioli appesi in sala. L’abito non fa il monaco, e il monaco non fa la meglio birra.

collino@cronacaqui.it

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