Luigi Meroni in un'azione di gioco (Foto: Wikipedia)
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Bastonate e carezze

Ieri erano 53 anni dalla morte di Meroni. Tutte le volte che ci penso mi vengono in mente tre brevi filmati. Nel primo sono nudo nella doccia il 16 mattina quando mio fratello mi telefona la disgrazia. Poi ci sono io che corro a Stampa Sera, dove avevo lavorato fino a poco tempo prima, per avere notizie, e mi scontro col cinismo di un collega: “mannaggia, non poteva morire un po’ più tardi quello lì? Ero di corta, stavo per andare a casa, e invece mi è toccato fare la notte”. Nel secondo filmato ci sono io che piango come un vitello allo stadio, la domenica dopo, mentre il Toro segna quattro gol a zero alla gobba e ad ogni rete Combin indica il cielo come a dire “È per te, Gigi”. Nel terzo filmato c’è già il callo che cresce inevitabilmente sul cuore dei giornalisti. Ci sono io che mi chiedo se Meroni fosse realmente quel campione che tutti dicono, o se la morte non lo abbia imbellito nel ricordo come è avvenuto per tanti attori (Marilyn Monroe, James Dean), cantanti (Luigi Tenco, Rino Gaetano) e letterati (Emily Dickinson, Nino Oxilia). Ma qui no, qui il mio cuore granata si ribella e si scrosta quel callo: Meroni non si tocca. Anche se stava per passare alla Juve (come Valentino Mazzola all’Inter) Gigi amava Torino e il Torino. E noi granata, cani bastonati come nessun altro dal destino, sappiamo riconoscere e adorare chi ci dà quella carezza. Per quello amiamo giocatori anche non eccelsi, perché capiamo che amarono il Toro. Ferrini, Agroppi e non Peirò. Pulici e non Graziani. Junior e non Dossena. Bruno e non Marchegiani. Glik e non Immobile. Vives e non Cerci. Belotti, ad esempio, ha già il posto prenotato nel nostro cuore anche se andrà via. Siamo fatti così.

collino@cronacaqui.it

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