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IL CASO Tomagra: «Nel 2020 ho perso 500mila euro di fatturato». Qualcuno punta sull’asporto per sopravvivere

Baristi e ristoratori alla canna del gas: «Senza i ristori vogliono farci fallire»

Con la zona arancione che incombe sul Piemonte si tornerà al servizio delivery e al take-away: «Ma così torneremo a perdere il 90% degli incassi»
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«Senza ristori e senza clienti, vogliono farci fallire tutti». Sono disperati i ristoratori e i baristi di Torino che lunedì dovranno nuovamente chiudere le porte dei loro locali, limitandosi al servizio delivery e takeaway. «Stavamo appena iniziando a risollevarci con i pranzi e l’arrivo della bella stagione, ma così torneremo a perdere il 90% degli incassi – protesta Luca Tomagra, titolare del ristorante Da Michele in piazza Vittorio -, nel 2020 ho perso in totale 500mila euro di fatturato che non mi restituirà nessuno e adesso ci aspettano altre settimane difficilissime. Pensavamo che con il nuovo governo sarebbe cambiato qualcosa invece la situazione è la stessa di prima, se non peggio: i ristori non arrivano più, mentre dobbiamo continuare a pagare le bollette, gli affitti e la tassa rifiuti. La gente non ce la fa più». Chi pensava di festeggiare almeno i 45 anni di attività senza ulteriori restrizioni è Gianni dello storico Bar degli Artisti di San Salvario. «Abbiamo appena avuto il tempo di rimetterci a preparare qualche pranzo, qualche caffé e ora torniamo ad abbassare la serranda con solo l’asporto e fino alle 18 – si sfoga -. Ma si rendono conto che anche in un mese così arrivano 900 euro di spese solo per l’energia elettrica e gli incassi non bastano? Il pericolo sono i bar che hanno speso migliaia di euro per sanificazioni, dispositivi di sicurezza e plexiglas ma non gli autobus affollati?»

Allarme sconforto

Lo sconforto è comune a tutti, dal centro alla periferia. «Non siamo noi gli untori, potevano almeno farci utilizzare i dehors all’aria aperta». Le frasi sono le stesse dello scorso lockdown, ma il morale è sempre più a terra, così come i conti in banca. Perfino i pochi esercenti che avevano aderito all’iniziativa #Ioapro lo scorso 15 gennaio lanciata da un ristoratore di Pesaro, hanno deciso di fare immediatamente marcia indietro.

I rischi

«Aprire in zona arancione? Ormai è troppo rischioso – spiega Chiara Brunello, titolare della trattoria Cerere in via Legnano -, il prezzo da pagare è troppo alto: abbiamo dovuto chiudere il locale per cinque giorni e pagare una multa di 400 euro. Ma se riaprissimo questa volta la chiusura sarebbe protratta a venti giorni. Non ce lo potremmo permettere». E i ristori? «In totale abbiamo ricevuto circa 7mila euro, ma se si calcolano i 1.500 euro al mese di affitto più tutte le utenze, le tasse e lo smart working degli uffici, la situazione è quanto mai disastrosa. Abbiamo perso il 70% dei clienti che di certo non potremo recuperare con l’asporto».

La rabbia 

Un’incertezza snervate che va avanti da oltre un anno e non permette ai ristoratori di organizzare il lavoro. «La mancanza di progettazione è terribile» denuncia Marco Cianci, alla guida di una delle piole più famose della città, oggi preoccupato per i suoi dipendenti in attesa della cassa integrazione. «Non si riesce a fare le cose bene perché ogni settimana siamo costretti ad aspettare il venerdì per sapere se si potrà lavorare o no». L’idea è qu ella di puntare sull’asporto, nella speranza che le belle giornate di inizio primavera invoglino i passanti a prendere un piatto di tajarin da mangiare a casa o su una panchina. «I clienti non vedono l’ora di tornare a uscire» aggiunge Marco.

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