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Baite e pescherecci

Mio padre, appassionato d’alpinismo, mi portava in val d’Aosta fin da gagno, ed era una “petite patrie” vergine e fiabesca, quella. Il turismo invernale dello sci ha ormai soppiantato quello estivo delle gite, ma io resto legato sentimentalmente al secondo, alle lunghe escursioni con le pietre messe a tradimento nello zaino dagli amici burloni, alle polente e ai cori alpini nei rifugi, al mazzolin di fiori che vien dalla montagna, quando ancora lo potevi raccogliere senza rischiare l’arresto. Ricordo linde stalle abitate, o se volete cucine con mucche sullo sfondo, e burri, e panne e fontine che oggi manco te le sogni. Non è solo nostalgia: è che le leggi sull’igiene, le piastrelle, gli utensili d’acciaio inox e le mungitrici elettriche hanno tolto al latte e ai suoi derivati quel retrogusto di stalla (stavo per dire “di busa”) che era il suo meglio. Allora a Cogne potevi sederti in una piccola osteria di Lillaz, farti portare fontina, mocetta di stambecco e pane nero, e bere un ottimo Enfer d’Arvier sfuso insieme al vecchio Gérard, detto “l’ardito”, facendoti raccontare le sue gesta nella grande guerra, o le sue fughe di bracconiere, camoscio in spalla, inseguito dai guardaparco. Oggi Cogne vive con imbarazzo una notorietà legata a un fatto di cronaca che avrebbe preferito non fosse mai successo, ed ha un raffinato albergo arredato in alto antiquariato valdostano, col personale in costume del paese. Il proprietario ne loda al Tg5 la cucina “legata al territorio”, ma poi in sala propone i gamberoni in salsa vattelapesca. Vedi tu, come cambia la Vallée. Quelle robe là vicino al torrente ti sembravan baite, e invece eran tutti pescherecci.

collino@cronacaqui.it

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