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Il Borghese

Autonomia e carità

Mi ha colpito molto una frase di Giuseppe Antonucci, nel reportage sulla “città impossibile”: quando, parlando del suo viaggio in America, dice «so che là potrò essere davvero autonomo». Già perché, nella sua città, per quanto in questi anni molto sia stato fatto per l’eliminazione delle barriere architettoniche, si trova troppo spesso a dipendere dalla carità o dalla gentilezza altrui. Che si tratti di un comando a distanza per un montascale o di tenere aperta una porta per entrare in un bar. E poi c’è quella sorta di premura obbligata che molti vogliono mostrare quando si trovano a rapportarsi con un disabile, quando invece l’abilità di superare gli ostacoli di certe persone diventa sorprendente.

Chi ha difficoltà di movimento (parliamo di sedie a rotelle, ma ci sono anche anziani con il bastone o il deambulatore, giovani infortunati, non vedenti) non chiede la carità: pretende al limite che non gli si complichi ulteriormente la vita con situazioni paradossali. Per esempio, come già detto, che vi siano, in certe strutture, ingressi dedicati, ma che occorra augurarsi vi sia qualcuno che possa (o voglia) andare ad aprire quella porta secondaria. E non è sempre così scontato. Rimuovere gli ostacoli è una battaglia di civiltà che va combattuta, ma i nemici in agguato sono sempre gli stessi: burocrazia, mancanza di fondi. E una cultura della finta carità, dell’assistenzialismo che offende chi chiede unicamente la dignità di essere autonomo.

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