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Buonanotte
EDITORIALE DEL GIORNO

At ricorde

Andare al Ponte Barra a mangiare il bollito misto del mercoledì con quattro amici granata che hanno ancora visto giocare il Grande Torino, che andavano in piola con Fred Buscaglione e Farassino giovane, che hanno conosciuto Franchin e Blacky La Iena… Parlare solo piemontese, godendo fra un “at ricorde” e l’altro l’atmosfera adorabilmente démodé di quel ristorante dai capelli bianchi come i nostri. I segnali impercettibili che marcano il passare del tempo hanno un fascino che si chiama “pàtina”. Quel fascino che non c’è nel tetto squadrato e perfetto d’un edificio appena costruito, o nel suo muro liscio e pulito, appena tinto, ma c’è nel tetto in coppi neri d’una vecchia cascina, pieno di gobbe e avvallamenti, o nel suo muro scrostato che spancia offrendo all’occhio macchie impudiche di mattoni rossi come carne di piaghe medicate male. Questa è la pàtina. E’ il fascino del viso senza trucco d’una vecchia contadina o di quello arato dalle rughe e cotto al sole di un anziano pescatore. Ma i segni sono anche non visivi. Sedersi alla scrivania il lunedì mattina e rendersi conto, alzandosi, che è già venerdì sera, e dover fare uno sforzo per riempire di ricordi quella truffa di giorni spariti, per dilatare lo spazio che occupano nella nostra mente, così esiguo rispetto a quanto dice il calendario, marcatempo sempre più inviso, come i compleanni. E la fuga traditora dei mesi e le stagioni come se la vita nostra fosse andata altrove mentre eravamo al cesso. E le scale sempre più faticose, e le pastiglie sempre più numerose (l’ho già presa?), i “cos’hai detto?” sempre più frequenti nel parlarsi da una stanza all’altra… Gnun-a paura, fieuj. A l’è la pàtina.
collino@cronacaqui.it

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