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Spettacolo
IL FATTO

Assalto all’Eurovillage del Valentino: tutto esaurito, centinaia restano fuori [LE FOTO]

Migliaia di persone per i Negrita: c’è chi riesce a sfuggire ai controlli e scavalca per assistere allo show

Il rock italiano? Sta benissimo, parola dei Negrita. «Tutti lo danno per morto, ma il rock conquista il mondo». Così parlava ieri pomeriggio la band aretina, prima del concerto all’Eurovillage. La conferma arriva poco dopo le 22.30, quando al Valentino si raggiunge la capienza massima. Dentro le barriere ci sono 17mila persone, fuori altre centinaia di ragazzi che vengono invitati ad allontanarsi dalla polizia. Qualcuno ripiega sui locali di San Salvario. Ma la maggior parte non ci sta. E nella migliore tradizione dei festival rock, scavalca le barriere. Che in questo caso sono transenne, tenute insieme dai lucchetti delle biciclette. Un primo gruppo sfonda nei pressi del castello del Valentino. Gli altri tagliano i teloni verso corso Vittorio. La security cerca di impedire l’invasione, i fischietti con cui i volontari richiamano i ribelli servono a poco. Al momento di andare in stampa, non si registrano disordini. Le chitarre dei Negrita urlano, al Valentino è una grande festa. «Ogni musicista – avevano detto nel pomeriggio – quando sale sul palco, deve dire qualcosa. La guerra? È un momento molto difficile, ma non dimentichiamo che prima del conflitto c’è stata la pandemia, che per il mondo della musica è stato un vero dramma», ha affermato Pau Bruni, voce della band. Poi ha aggiunto: «Dopo Covid e guerra, ci manca solo più l’invasione aliena». Battute a parte, i Negrita assicurano di essere, da sempre, molto legati alla città della Mole. «In Italia poche città come Torino hanno prodotto così tanta musica. Ricordo ancora – dice Pau Bruni – quando avevamo suonato all’Hiroshima, ma ci siamo esibiti anche in piazza Castello. Siamo grandi amici dei Subsonica e abbiamo lavorato anche con Carlo Rossi, un compositore che purtroppo è scomparso troppo presto. Torino, in generale, è una grande officina culturale, una città cosmopolita, universitaria, piena di culture diverse».

Un città che quest’anno ospita Eurovision, kermesse musicale che prima della vittoria dei Maneskin lo scorso anno non era molto considerata, per non dire snobbata. «Certamente il successo dei Maneskin ha contribuito a far parlare di Eurovision nel nostro Paese – dice Mac Petricich, chitarrista -. Il rock? Da trent’anni lo danno tutti per morto, ma c’è sempre, e in sé ha qualcosa di sociologico. Il rock, e la musica in generale, possono rompere le barriere». La band aretina, su chi vincerà Eurovision quest’anno, risponde così: «Mahmood e Blanco “spaccano”, ma l’importante è che vinca una bella canzone, che non deve per forza essere italiana. Eurovision – dice Pau Bruni – è bello perché è democratico, un festival dove vengono rappresentate tutte le nazioni e dove c’è il trionfo della diversità, mentre nella musica da sempre c’è il predominio della cultura anglosassone, soprattutto inglese e americana». In poche parole, per i Negrita Eurovision è ottimo per dar voce a tutte le nazioni. Compresa l’Ucraina, e proprio ieri, sul palco al Village, in occasione della giornata europea per la pace, oltre ai Negrita è salito Slava, un rapper nato nel 1994 a Kharkiv, in Ucraina.

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