Gloria Rosboch
Il Borghese

Arte senza Gloria

Il sangue, il sesso e la morte fanno audience. Non possiamo nascondercelo, ancor meglio se sono i soldi a comporre questa salsa macabra quando la si porta in scena. Certo, dietro il paravento c’è l’arte. Ma anche qui abbiamo imparato che nell’accezione moderna anche un escremento in un barattolo di latta può diventare un’opera. Da vendere a caro prezzo. Come dimostra Piero Manzoni.

Che dire di un melodramma che porta in scena un intrigo macabro e crudele culminato con l’assassinio di un’insegnante che forse pensava di aver trovato l’amore in un allievo scapestrato? O meglio, la storia drammatica di Gloria Rosboch, circuita da un diavolo appena maggiorenne e poi uccisa e gettata in un pozzo? Lei che rivive nei panni di un’attrice rotondetta mentre il suo aguzzino calca il palcoscenico con i capelli viola per rammentarci subito la sua capacità di trasformarsi in un macho oppure in una ninfetta disposta a tutto.

Non so se questa rappresentazione sia un oltraggio alla vita modesta di una professoressa di provincia o peggio un’altra stilettata al cuore di due genitori rimasti soli a piangere la figlia che non c’è più. Dico solo che non mi piace, soprattutto quando l’opera si stacca dalla realtà e la fantasia vaga in una cameretta dove lei è in mutandine e lui, con la chioma viola, sembra perdersi sotto la sua gonna. Tutto fa spettacolo, ma non il dolore. Anche se il regista scomoda Ovidio e i miti greci per motivare la sua pièce. Gloria meriterebbe almeno il silenzio, se non l’oblio, mentre il suo aguzzino sconta trent’anni. Evitando chissà come, persino l’ergastolo.

fossati@cronacaqui

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