Arrivederci, matto

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Oggi sono triste perché sta per morire, dall’altra parte del mondo, un caro amico con cui ho diviso gli anni più belli della mia gioventù. Aveva (ha, ma ormai purtroppo si può dire aveva, perché è condannato, ha i giorni contati) undici anni più di me. Era nato nel 1935. Insieme ne abbiamo fatte di cotte e di crude… lunghi viaggi, traversate sui traghetti, feste delle matricole, notti insieme, e a volte con fanciulle compiacenti. Perché non era bello, lui, ma piaceva, e soprattutto era affidabile, dava sicurezza. Forse era un po’ sfuggente, se preso di fronte, con quel suo caratteristico muso sempre basso, ma nascondeva dietro quell’apparenza tondeggiante una forza inaspettata. Erano gli anni in cui furoreggiavano i 45 giri nei juke box e nei mangiadischi a pila, tutti avevano dei dischi, ma lui no. Forse perché amava il ritmo, possedeva solo tamburi. Ma era simpatico lo stesso, calmo, tranquillo, era difficile mandarlo fuori giri. Quando voleva rinfrescarsi, solo aria, niente acqua, e noi, abituati a quei tipi bollenti che a volte ti rovinano le gite, lo amavamo per quello. D’estate capitava di vederlo in giro senza cappello e senza camicia, felice del vento nei capelli, anche se si portava sempre dietro un impermeabile da usare in caso di pioggia. Era così matto che una volta (era il ’68, l’anno della riscossa giovanile in tutto l’occidente) lo scritturarono per un film come protagonista principale, e lui se la cavò benissimo. Fu un successo. Non lo persi mai di vista, anche se lo vedevo in giro sempre di meno, ma adesso che lo devo salutare mi viene il magone. Era tedesco, ma aveva un nome simpatico: Maggiolino. Di cognome Volkswagen.

collino@cronacaqui.it

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