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Cronaca
IL FATTO Addio a Maria Del Savio Bonaudo

«Annamaria Franzoni e Cogne? Era colpevole, c’erano le prove»

La scoperta dell’omicidio, le pressioni mediatiche, poi la carriera da avvocato

Del caso più clamoroso della sua carriera – e non poteva essere altrimenti -, paradossalmente Maria Del Savio Bonaudo era stata avvisata solo a sera, in pratica quando da Roma arrivavano ad Aosta continue richieste di informazioni: «La dottoressa Cugge – il pm di turno quella mattina, ndr – non riusciva a mettersi in contatto telefonico, è riuscita a parlare con la segretaria e le ha detto di avvisarmi, ma lei si è dimenticata». Era il 30 gennaio 2002 ed era il giorno dell’inizio del caso Cogne.

Maria Del Savio Bonaudo, all’epoca capo della procura di Aosta, è morta ieri, a Torino, all’età di 76 anni. Aveva sì legato il suo nome e la sua carriera – forse anche subendone dei contraccolpi – alla vicenda della morte del piccolo Samuele Lorenzi, di tre anni, e del processo alla sua mamma, Annamaria Franzoni. Nel 2008, con l’entrata in vigore della legge Mastella, aveva dovuto lasciare la procura di Aosta, ma aveva fatto domanda per altre sedi senza convinzione. Aveva scelto allora di passare «dall’altra parte della barricata», diventare avvocato, lavorando nello studio torinese dei suoi figli.

«Dopo 34 anni di magistratura – aveva detto ad AostaSera – potrò essere di nuovo una cittadina “libera ”, senza dover restare ai margini del tessuto sociale per il ruolo ricoperto. E sicuramente sarà una nuova sfida». E se tutti ricordano ancora il caso Cogne – l’arresto, la scarcerazione, il processo mediatico, la difesa tramite giornali e televisioni, le condanne nei tre gradi di giudizio, i sei anni di carcere scontati e cinque di detenzione domiciliare prima che Annamaria Franzoni tornasse libera -, pochi ricordano quanto fosse complicato reggere la procura di Aosta in quei giorni: una psichiatra sosteneva che a Samuele fosse esplosa la testa, i medici dell’ospedale dicevano che era «un fatto violento», la pressione mediatica cresceva, «le famiglie di Cogne erano allarmate, pensavano ci fosse in giro per il paese un “mostro”. Sono andata in tv per tranquillizzare la popolazione» ricordava, due anni fa, nel ventennale del delitto.

E intanto c’era chi premeva perché a Stefania Cugge, “colpevole” di essere molto giovane, fosse tolto il caso. «Non ho mai pensato di sostituirla. Sono una donna e so cosa ho passato da parte degli uomini che volevamo farmi fare la serva in ufficio. Cugge è stata magistrale, anche nel ricorso in Cassazione. Dovevo dare le indagini a un altro solo perché maschio?». Fu proprio un sostituto procuratore a svelare che l’assassino indossava il pigiama di Annamaria, elemento che divenne una delle prove decisive. «

Noi non dicemmo dall’inizio che era stata la mamma, indagammo in tutte le direzioni». Anche se c’era molta fretta da parte di tanti, dei media e dell’o pini one pubblica, ma «per fare le indagini ci vuole tempo». In un caso che non ha ancora convinto del tutto l’Italia, ne ha placato la diatriba tra innocentisti e colpevolisti, lei era la sola a non avere mai avuto dubbi, a ritenere che Annamaria Franzoni, pur senza aver mai confessato, fosse colpevole: «E non per le condanne in tre gradi di giudizio, ma perché c’erano le prove».

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