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Cronaca
IL CASO

Ancora una beffa nel processo Eternit: «Persi i documenti sulla chiavetta Usb»

Ieri avrebbe dovuto chiudersi l’appello. L’unico imputato è l’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny

La chiavetta Usb dove si trova «il 90% degli atti» del processo Eternit bis è inservibile e la Corte d’appello è costretta a un rinvio.

Il colpo di scena è arrivato ieri, quando avrebbe dovuto arrivare la sentenza del processo di secondo grado. L’unico imputato è l’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny, accusato della morte di due dipendenti dello stabilimento Eternit di Cavagnoloin primo grado Schmidheiny, 75 anni a ottobre, è stato ritenuto responsabile dell’omicidio colposo di Giulio Testore e Rita Rondano. Uno è morto il 7 dicembre 2008 di asbestosi, l’altra il 15 luglio 2012 di mesotelioma. Entrambi vivevano a Cavagnolo. Solo che Testore ha lavorato dal 1955 al 1982 alla Saca, la Società anonima cemento amianto, controllata dall’Eternit dal 1953 alla chiusura di metà anni Ottanta. Rita Rondano, invece, faceva la contadina, lavorava in campi che a volte venivano irrigati con le acque di scolo dello stabilimento di via Cristoforo Colombo, attraversati da strade poderali ricoperte di polvere d’amianto provenienti dall’azienda. Vittima collaterale di questa peste che tutto ha avvolto, tra Chivasso e il Monferrato. Il pm Gianfranco Colace dava la colpa dei due decessi a Schmidheiny, proprietario della Eternit. E aveva chiesto una condanna a sette anni, ridotti a quattro da Cristiano Trevisan, giudice della Corte d’Assise. Al contrario, il miliardario svizzero si è sempre definito «il capro espiatorio dell’inerzia dello Stato italiano», che «per decenni» non regolamentò il trattamento e l’uso dell’amianto, mentre nella multinazionale si impiegavano standard di sicurezza «nettamente superiori rispetto a quelle in vigore in Italia e nelle aziende concorrenti». Per questo ha fatto ricorso contro la condanna. Ma, in Corte d’Appello, il procuratore generale Carlo Maria Pellicano ha chiesto di confermare la pena. La sentenza era prevista ieri ma è saltata a causa della chiavetta Usb: «Siamo mortificate – hanno spiegato i giudici – Ma quando siamo andate a cercare un certo passaggio di una consulenza tecnica non abbiamo trovato nulla. È come se la chiavetta fosse vuota o danneggiata». Quindi hanno chiesto di recuperare gli atti al procuratore Pellicano, che ora si rivolgerà al collega che sostenne l’accusa al processo di primo grado, Colace. La speranza è che si riesca a trovare tutto, visto che «il 90% del materiale era custodito nella chiavetta». Nel frattempo la causa è stata rinviata a fine settembre per quella che tecnicamente è stata definita una “ricostruzione di atti mancanti”. I giudici concederanno poi un ulteriore “termine” di 15 giorni alle difese.

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